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Haters gonna hate

Non sono una persona simpatica.
Non ho nessuna pazienza con la stupidità, è difficile che una persona mi piaccia davvero e in generale sono facile agli scoppi di collera e all’odio eterno. Questo è tanto più vero nell’ambito degli Autori Esordienti Fèntasi, un ambito che già di suo pullula di persone supponenti, sfacciate, ignoranti o semplicemente stupide.
Tuttavia, per convivere con la mia stessa pochezza a livello umano ho deciso di accantonare la strada dell’omicidio plurimo per buttarmi sull’umorismo di bassa lega. Di seguito, un desolante esempio pratico a tema: “Gli autori che odio con la forza di mille supernove e che vorrei uccidere a randellate ogni volta che mi ci imbatto, ma ho deciso di prenderla con filosofia perché non posso tornare in prigione”.

Il maestrino
L’unico scopo per cui ha scritto un romanzo è impartire alle masse una lezione di vita, convinto che l’umanità prima o poi lo ringrazierà per questo. Il suo in effetti non è tanto un romanzo quanto un saggio sotto mentite spoglie: vuole provare la propria tesi, perciò raffazzona una storiella sconclusionata il cui unico scopo è puntare quanto più chiaramente possibile in quella direzione. Se necessario, si prenderà anche pre/postfazione (o entrambe) per integrare la storia vera e propria con digressioni filosofiche, non sia mai che a qualcuno possa sfuggire qualcosa.
Il suo protagonista (quasi sempre la sua Sue) ferma ogni mezz’ora il corso della trama per dispensare pippozzi etico-morali a destra e a manca, mentre ogni altro personaggio in scena pende dalle sue labbra e apprende di più in quei dieci minuti che nel resto della sua vita: il maestrino spera che, per osmosi, questo accada anche ai suoi lettori. Vede questi ultimi come un insieme di individui in vario grado stupidi, frivoli o naif, che comunque non hanno ancora compreso le grandi verità filosofiche di cui lui è in possesso; come un benevolo maestro egli intraprende dunque la missione di istruire la plebe, di fornirle una preziosa chiave interpretativa dell’esistenza senza la quale i lettori non usciranno mai dalla loro caverna platonica.
Solitamente si tratta di cose sul genere di “non ci sono più le mezze stagioni”, ma anche “moglie e buoi dei paesi tuoi” va forte.

L’esegeta
Il Capitan Ovvio degli scrittori. Non ha evidentemente un’alta opinione dei suoi lettori, visto che impiega una buona metà del romanzo per spiegare il significato dell’altra metà. Non commettete l’errore di pensare che la sua sia una semplice storiella da ombrellone: possiede almeno cinque diversi livelli interpretativi, dalla satira politica alla strizzatina d’occhio colta alla ricetta dell’abbacchio nascosta nelle iniziali dei capitoli, e l’esegeta ve le deve spiegare tutte. Due volte.
Il peggior tipo di esegeta è senza dubbio quello che piazza le sue istruzioni per macachi all’interno della storia: e allora via con spiegoni, as you know Bob, narratore onnisciente e quanto di peggio offrono le tecniche narrative di ogni tempo in materia di ridondanza. L’importante è assicurarsi che qualsiasi lettore, svegliato alle tre di notte e interrogato a bruciapelo su quel quadro di un bradipo sullo sfondo a pagina 57, risponda a colpo sicuro “cammeo del pranzo di Adam da Kill Me Softly Chiara Stivala 2009 Armando Siciliano editore” mentre è ancora in fase REM.
Si piazza lievemente meglio l’esegeta che si contiene durante il romanzo per sfogare tutta la sua logorrea nella pre/postfazione. Anche lui ha l’alta considerazione del QI dei lettori che è di serie in questa categoria, ma almeno ammucchia tutte le stronzate insieme, così si possono comodamente saltare.

Il Dante Alighieri
Per lui, ciò che conta in un romanzo non è il contenuto ma la forma: per la precisione, la sua missione è riportare in auge la Vera Lingua Italiana (che per lui si scrive con le maiuscole), neanche a dirlo “la lingua più bella del mondo”, e tutti quei termini ormai morti e sepolti tanto cari al D’Annunzio – tutti insieme.
Secondo il Dante Alighieri il male di questi tempi moderni non è la guerra, la globalizzazione, la scomparsa delle mezze stagioni ma qualcosa di molto più grave: il declino della Lingua Italiana. Colpa dei giovani di oggi, del linguaggio sms, dei reality show! Secondo lui bisognerebbe istituire una giornata di lutto nazionale per la dipartita del congiuntivo, l’unica scuola superiore degna di considerazione è il liceo classico e chi a suo giudizio dimostra scarsa padronanza dell’italiano è un minus habens, meritevole di punizione karmica per i suoi crimini.
Nel suo romanzo seleziona accuratamente tutti i vocaboli più astrusi e i significati più oscuri per il puro gusto di farlo, e se qualcosa ti suona male peggio per te, vuol dire che non sei degno di apprezzare cotanta beltade. Usa “affatto” per dire “del tutto”, “tosto” per dire “subito”, “ovvero” per dire “oppure”, “in vero” per lui si scrive staccato e “imperciocché” è un termine colloquiale.
La sua segreta speranza è che il suo romanzo verrà messo nello scaffale dei Grandi Classici grazie al solo potere del thesaurus, e che contribuirà a redimere una generazione di sciamannati che parlano come bagonghi. I tredicenni andrebbero ingozzati a forza di Manzoni e Petrarca, non lasciati liberi di scegliere quegli stupidi fumetti giapponesi!
Spesso è una persona di mezza età o più, ma c’è anche una nutrita frangia di Dante Alighieri tredicenni (all’anagrafe o nell’animo), che porta avanti la propria crociata con lo stesso ardore che i coetanei riservano alla ricerca della patonza.

Il furbone
Ha in comune con l’esegeta la convinzione che il lettore abbia gravi difficoltà a cogliere le imboccate più elementari, ma al contrario di lui non vuole rimediare a questo problema – anzi, ne approfitta per trollare. Distribuisce indizi e strizzatine d’occhio come se piovesse, serve la soluzione dei Grandi Misteri su un piatto d’argento a pagina tre e gongola pensando che nessuno ci arriverà, lui è troppo più astuto dei comuni mortali! Suo tipico protagonista è il Gary “Sherlock” Stue che a pagina 499 con un colpo di genio purissimo risolve l’enigma che aveva fatto arrovellare il lettore più o meno fino a pagina 3, e per questo viene riverito come un prodigio da tutti gli altri personaggi che mai e poi mai sarebbero riusciti a concludere la terza elementare svelare l’arcano.
Un caso particolare di furbone è quello che inserisce messaggi nascosti nella propria opera. Di solito si tratta di leggere tutte di seguito le prime lettere/parole di ogni capitolo, oppure – se il furbone si sente creativo – di convertire i numeri dei capitoli in lettere dell’alfabeto e leggere il risultato. Lo stratagemma è sgamabile perfino da un bambino di dieci anni (le lettere sono enormi e miniate, i numeri non sono consecutivi), ma il furbone non è certo della licenza elementare dei suoi lettori e preferisce lasciare un aiutino. Che soddisfazione c’è nell’essere troppo intelligente se non puoi vantartene con nessuno?
“Forse non te ne sei accorto, caro lettore, ma questo romanzo contiene un messaggio nascosto! Cosa mai sarà? La suspense ti divora? Non so se hai fatto caso che alcune lettere sono diverse dalle altre… ma non voglio svelarti troppo! LOL!”

L’ignorante
Un grave problema ostacola l’altrimenti fulgida carriera di scrittore che gli si dispiega dinanzi: non sa l’italiano. Si va da lievi casi di apostrofi e accenti – “sé stesso”, “qual’è”, “un pò” – a casi gravi che fanno dubitare della sua madrelingua: l’ignorante esce il cane, chi legge il suo libro li ringrazia tanto, chiede scusa su qualcosa, crede che qualcos’altro era vero, per lui una persona scostante è volubile e in cinta si scrive staccato.
In generale preferisce nettamente lo scrivere al leggere, e di fatto stenta a raggiungere i due libri l’anno. Se scrive fantasy ha letto solo ISdA: talvolta perché teme di contaminare la purezza della propria Creatività™ con troppi impulsi esterni, talvolta perché – dall’alto dei suoi zero libri letti – ritiene che nessun altro libro sia all’altezza dell’Opera Definitiva. Viceversa, se legge molto legge solo young adult dementi dall’italiano approssimativo o, peggio ancora, fanfiction di suoi amichetti. Però scrive da quando aveva undici anni! E magari ha già pubblicato a pagamento tre romanzi.
Particolarmente divertente quando, non rendendosi conto della propria situazione, difende l’importanza del saper scrivere e dell’italiano correggiuto.

Il Vero Artista
E’ sua ferma convinzione che il Talento sia l’unica cosa necessaria per diventare un Vero Artista, e lui modestamente ne ha da vendere. Il suo problema è l’intima, adamantina convinzione – alimentata da un ego che fa provincia e/o da anni di tumblr hipster per ragazzine che fingono di avere problemi che non hanno – che le sue fantasie pre-sonno siano interessantissime per il semplice fatto che sono sue.
Secondo il Vero Artista, le regole della buona scrittura sono piccolezze e meschinità inventate da quelli senza alcun Talento, invidiosi della bravura innata di chi è artista nell’animo (= lui) e desiderosi di imbrigliarlo e omologarlo alla massa: la sua unica regola è seguire il proprio istinto, un modo poetico per indicare il procedere a cacchio di cane. Il Vero Artista è infatti convinto che studiare, informarsi, perfino leggere sia solo una perdita di tempo: se si è Veri Artisti, come lui è, il magyco potere del Talento farà scaturire pagine e pagine di Pura Qualità(TM) dalla punta della penna già al primo tentativo; se non lo si è, per quanto ci si impegni non si potrà mai diventarlo. Allo stesso modo, la qualità di un’opera d’arte è qualcosa di completamente soggettivo e al contempo autoevidente: non c’è nessun criterio o ragionamento che può invalidare dal punto di vista oggettivo i suoi lavori, ma se ti fanno schifo dal punto di vista soggettivo allora non puoi che essere un idiota che non capisce l’arte.
Non serve sottolineare che il prodotto del Vero Artista medio è qualcosa sul genere di “Sue adolescente scopre di essere la Prescelta e di dover salvare un mondo magico dal Signore del Male – uh, e non dimentichiamo il Vero Amore che le piove in testa nel processo!”. Il suo motto è “haterz gonna hate” e nel suo account Facebook alla voce “professione” c’è scritto “scrittore”, anche se tutto ciò che ha pubblicato finora è un primo capitolo e un paio di oneshot. Sulla sua pagina Facebook. Ma tutti i suoi amici gli dicono che dovrebbe venire pubblicato da Mondadori al posto dei soliti raccomandati, loro lo comprerebbero subito!

Il mitomane
Molto spesso è anche un maestrino, o un Vero Artista, o comunque appartiene a qualcun’altra delle categorie sopra descritte; lo si identifica inequivocabilmente come mitomane perché è un fenomeno letterario mon-dia-le, un Artista con la A maiuscola, e rientra a pieno diritto nell’empireo degli autori più grandi di tutti i tempi di fianco a Joyce, Hugo e Dante… solo che il mondo ancora non lo sa. O, nel caso le sue opere siano già state pubblicate, non l’ha ancora capito. Ma i posteri lo faranno, e allora come vi pentirete di non averlo osannato come meritava! Quasi gli viene da ridere, quando pensa a come verrete disprezzati tra i suoi fan procioniani vestiti di lamierino nel 2319 d.C.
Ciò che distingue il mitomane da tutte le altre categorie è la più totale e assoluta mancanza di modestia, perfino quella falsa. Egli è fermamente convinto che le sue opere debbano rappresentare un punto di svolta nell’esperienza di vita dei suoi lettori, e si attende di essere sommerso da un momento all’altro dalle lettere delle fan ammaliate dai suoi lavori, che si prendono per i capelli per ottenere la sua mano. Va da sé che il mitomane si ritenga anni luce al di sopra di patetici fenomeni commerciali sul genere di Stephenie Meyer o Suzanne Collins, e non si spieghi come i loro agenti non siano ancora corsi da lui battendosi il petto e lottando nel fango per aggiudicarselo. Per lui Umberto Eco è “Umby” e la Le Guin può solo chiedergli un autografo sul reggiseno; se incontrasse Stephen King, lo saluterebbe con una pacca sulla spalla e un “bella zio”.

Il vissuto
Sa esattamente di cosa il panorama letterario mondiale ha bisogno per emergere dalla decadenza di cui è preda ormai da decenni, che cosa le case editrici di ogni dove aspettano strappandosi i capelli, che cosa i lettori di ogni dove bramano anche se loro stessi ancora non lo sanno: i cazzi suoi. Sono cazzi avvincenti, badate bene, la sua vita è stata interessantissima, ricca di esperienze incredibili che hanno plasmato una personalità fuori dal comune! Anche se ha sedici anni, anzi, a maggior ragione in quel caso. Raramente ha davvero qualcosa di interessante da raccontare, molto più spesso crede di essere il solo ad aver vissuto quelle che in realtà sono vicende vomitevolmente banali: la prima cotta, i compagni di scuola kattivi che lo emarginavano, la vittoria del premio letterario “Pierpiero Sgargatubi” per le scuole medie inferiori con il magnifico tema “Descrivi quello che vuoi basta che utilizzi un numero spropositato di aggettivi”, cose così, che nella sua testa assumono una dimensione epica capace di cambiare il corso della letteratura mondiale.
Il vissuto purosangue riporta su carta i fatti esattamente come si sono svolti – fatto salvo, ovviamente, un certo abbellimento della realtà limitato comunque a fatti marginali: così l’ultimo della classe diventa un genio incompreso, la bella della scuola lo ammira in gran segreto, il collega criticone è solo invidioso e puzza. Leggere il suo romanzo è un’esperienza atrocemente simile a rinchiudersi per cinque ore e mezza nel tinello del cugino di secondo grado, scorrendo una dopo l’altra le 38542 diapositive della sua vacanza a Rimini (“Questo è mio figlio che mangia il gelato! Bbbello di mamma!”).
Esiste anche un vissuto abbastanza sveglio da rendersi conto che la sua vita così com’è non è poi tanto interessante – ma niente paura, è per questo che esiste la finzione letteraria! Il vissuto creativo trasporta la sua personalità e le sue esperienze in una storia inventata ad hoc, nella quale gonfiare a piacere le sue misere vicende per renderle (più) appetibili al grande pubblico. Può arrivare anche all’estremo di scrivere una storia fantasy/fantascientifica, ma l’elemento fantastico sarà comunque solo una graziosa cornicetta metaforica per riportare Esperienze di Vita Vera che, nella testa del vissuto, sono ancora anni luce più interessanti, significative e sconvolgenti di qualsiasi stupidaggine inventata. Specie se dagli altri.

Il convinto
E’ determinato a diventare il nuovo fenomeno letterario mondiale, costi quel che costi. Ha in cantiere una decalogia di libri da 500 pagine, almeno sei di prequel e altrettanti sequel, per non contare i racconti brevi – ma i suoi programmi non si fermano certo qui! Mantiene e gestisce un sito internet interamente dedicato alle proprie storie, nonché un blog dell’autore e un forum nel quale ci è una sezione GDR per ruolare i suoi personaggi fantasticissimi; gestisce una pagina Facebook e un account Twitter a tema; intasa l’internet di bannerini animati, sfondi per il desktop, icone e bamboline che produce a ciclo continuo; ha un canale Youtube per raccogliere i booktrailer in gran parte prodotti da lui stesso, nonché la colonna sonora consigliata per ogni singolo capitolo; vende merchandise a tema autoprodotto al 400% del valore reale; dopo essere stato rifiutato da trentasei case editrici, sta procedendo a fondare la propria CE per auto-pubblicarsi nel vero senso della parola; sta perfino raccogliendo una manica di amici per girarsi da sé il film del primo romanzo. Solitamente, infatti, dispone di un certo numero di amichetti-funz-schiavetti che per ragioni misteriose si sdilinquiscono su ogni sua uscita, rafforzando la sua già ingente mitomania.
Ad oggi, ha pubblicato solo i primi tre capitoli del primo volume. Su EFP.

Il vendicativo
Ha subito qualche torto nella vita, e per consumare la sua vendetta ha snobbato il vudù in favore della scrittura. I colleghi lo compatiscono, le ragazze che desidera lo friendzonano, il capo lo sottovaluta, i genitori non l’hanno mai amato… tutta questa frustrazione si è accumulata per anni nell’animo del vendicativo, molto spesso il tipico emarginato/zerbino dei cui tormenti interiori non importa niente a nessuno.
Un giorno, nel corso della sua vita grama e piena di problemi da primo mondo, il vendicativo si è reso conto che se nella realtà non potrà mai fare ciò che desidera, nella finzione narrativa lui ha il potere di un dio racchiuso tra le sue dita! Di conseguenza, il suo romanzo è una lunga, delirante vendetta nei confronti di tutti coloro che gli hanno mai fatto un torto dall’asilo in avanti. Hai rubato la mia idea e ti sei fatto bello col capo? Beccati questa coltellata! Non me l’hai data nonostante io ti abbia comprato i cioccolatini per San Valentino? E pigliati questo ascensore in testa! Mi prendi in giro dietro le spalle col mio migliore amico? Giù per la scarpata con tutto il pullman! Mentre scrive, il vendicativo ride da solo come il più becero degli Evil Overlord; ma provate a fargli notare l’inopportunità della sua sete di sangue, o più in generale a fare la minima rimostranza sul suo operato, e comparirete nel suo prossimo romanzo tra le grinfie di un demone mangiauomini. In sei pezzi.
Se si conosce il vendicativo di persona, il suo lavoro è quanto di più patetico e al contempo divertente un lettore possa trovare in circolazione. In caso contrario, resistete all’impulso di segnalarlo al più vicino ospedale psichiatrico: la veemenza che ci mette può trarre in inganno, ma in realtà è tutto chiacchiere e distintivo.

Il fanwriter idrofobo
Particolare categoria di fanwriter che, per un motivo o per l’altro, è convinto di essere la persona più brillante, colta, carismatica, affascinante ecc ecc che abbia mai calcato la superficie terrestre, e di potersi rigirare chiunque intorno al dito mignolo: di conseguenza, il suo Gary Stue (quando non proprio lui stesso) scorrazza attraverso le storie altrui sotto forma di “Nuovo Personaggio” mietendo vittime a ogni pié sospinto. Voldemort corre a nascondersi quando lo vede arrivare, Arwen molla Aragorn per lui due secondi dopo che gli ha posato gli occhi addosso, al presidente Snow bastano dieci minuti di discussione con lui per consegnagli le chiavi di Capitol City e andarsi a costituire. Il fanwriter idrofobo trova tutto ciò perfettamente ragionevole e naturale, e guai a chi osa dire il contrario.
Nei casi peggiori, il nostro è spalleggiato da amichetti che per motivi sconosciuti affermano di adorare il suo protagonista (?) e di trovare tutte le vicende in cui è coinvolto estremamente coinvolgenti (?!). Viceversa, quando qualcuno osa muovere un qualsiasi tipo di critica al suo Stue o in generale alla verosimiglianza della sua storia, il fanwriter idrofobo di solito perde la brocca e tenta di azzannarlo alla giugulare – o, se si tratta di un esemplare particolarmente pacato, liquida la questione con qualche insulto/augurio di morte e il classico “tutta invidia”.

Il poeta
Per il poeta, la storia che si sta raccontando è un mero pretesto per sfoggiare la sua meravigliosa abilità con le parole [citazione necessaria]: secondo lui, infatti, la bellezza di un romanzo è direttamente proporzionale alla quantità di metafore/similitudini/sbrodolamenti stucchevoli che contiene.
Può essere un poeta attento all’ambiente, che utilizza solo cliché già riciclati all’infinito (“verde come uno smeraldo”, “liscio come seta”, “freddo come il ghiaccio”), oppure un poeta moderno, che si lancia nei lirismi più improbabili: se siete in dubbio su ciò che accomuna un corvo e una scrivania, lui di sicuro lo sa e anzi, è il suo cavallo di battaglia. Quando un nuovo personaggio fa il suo ingresso o viene introdotto un nuovo ambiente, il poeta deve fermare la storia per spararci quattro paragrafi di descrizione statica altrimenti poi non ci dorme la notte. Per lui il “rosso” non è un colore: il livello minimo di dettaglio che accetta è “carminio pallido striato di vermiglio rosato come il sangue di una vergine sacrificata in una notte di luna piena”. Ha una passione particolare per gli occhi, per i quali nella sua opinione passano circa il 95% delle reazioni emotive di un personaggio, la trascrizione in tempo reale dei suoi pensieri e le previsioni meteo della settimana.
Il punto fermo della categoria è un gusto malsano per il lirismo inopportuno, per le descrizioni melodrammatiche infilate nella trama con la grazia di una mattonata in testa, per le metafore ingombranti volte a distogliere in ogni modo l’attenzione del lettore dalla storia. Se avesse nel piatto una cacca di cane, il poeta la cospargerebbe di codette di zucchero colorate e poi se la mangerebbe tutto soddisfatto.

Il bello e dannato
Che scriva un thriller, un horror, un romance o un fantasy, una cosa appare chiara leggendo la sua opera: il bello e dannato è un vero duro!!1 Il lavoro di scrittore infatti è per lui un mero pretesto per farsi bello agli occhi dei lettori, mostrando quanto è tosto e impavido e tenebroso: lui non ha paura di dire quello che pensa! I suoi personaggi si mangiano quelli degli altri a colazione! La sua fantasia è talmente oscura che Clive Barker non gli allaccia neanche le scarpe! Lui ride in faccia al pericolo! E via così, in un delirio di onnipotenza degno di Bryan.
Il bello e dannato guarda dall’alto in basso la letteratura mainstream, secondo lui roba da mammolette pisciasotto: se non conoscete i suoi lavori, non conoscete ancora il vero significato della parola “duro”. Per lui il gore è una scelta di vita, George Martin un pavido dilettante e l’unico modo per rimanere impresso nella memoria dei posteri è sommergerli di interiora come se piovessero. Di conseguenza, il suo romanzo è un susseguirsi di massacri, sangue e morte senza alcun filo logico, solo per il gusto di scioccare il lettore-tipo – che secondo il bello e dannato è qualcosa di molto simile a sua zia Pina, vista la facilità con cui dovrebbe impressionarsi per ogni taglietto con la carta.
Il bello e dannato, avendo una reputazione di BAMF (autoimposta) da mantenere, è il tipo di autore che coglie al volo ogni occasione per litigare con i lettori insoddisfatti. Come la peggiore delle primedonne, egli ha un talento per prendere la più pacata delle osservazioni sulla grafica di copertina e trasformarla in un caso nazionale di feroce attacco idealistico al suo romanzo scomodo: come i gorilla che si battono il petto per mettere in chiaro chi è il più macho sulla piazza, il bello e dannato si incazza, insulta, adombra azioni legali, toglie amicizie su Facebook e chiude blog come niente fosse, l’importante è: a) farsi il più grosso possibile; b) avere sempre e comunque l’ultima parola. Suo tipico argomento contro i detrattori è che non avrebbero il coraggio di dirgli tutte quelle cose brutte in faccia, dal vivo; la triste realtà è che lui non ha il coraggio di opporsi a un amichetto neanche online.

Lo stereotipista
Ha delle idee ben precise su quali siano i paletti di ogni singolo genere narrativo, e guai a chi osa affermare il contrario. Il fantasy è elfhy sculettanti, orchi puzzoni, profezie e Signori delle Tenebre; il paranormal romance è bellocci tenebrosi superumani, sgallettate impressionabili e finale al cardiopalma; il distopico è società basata sulle caste, governo oppressivo ed eroina ribelle; e via così, in uno sfoggio di ignoranza e ottusità che ha del ragguardevole.
Di fronte a quelli che lui ritiene essere dei dati di fatto, lo stereotipista può assumere due posizioni: a) supportare pedissequamente lo status quo, considerandolo un obbligo pena la morte e di conseguenza disdegnando qualsiasi variazione del copione come “non corretta”; oppure b) considerarsi un incredibile innovatore del genere perché scrive un fèntesi senza profezia, un paranormal romance senza eroe byroniano, un distopico con un governo buono. Lo stereotipista di tipo b), quando pubblicizza il proprio lavoro, lo fa come un’incredibile novità nel panorama letterario, qualcosa che sconvolgerà le fondamenta della vostra vita, cose che voi umani. Se gli ridete in faccia e/o gli portate le prove che si sbaglia, supporterà la propria tesi con foto sfocate della libreria “Il bacarozzo felice” di Brusagnolo di Sopra, spacciandole come “lo stato attuale della letteratura in Ytaleeah” e liquidando come emeriti sconosciuti tutti i premi Hugo che potrete mai portare come esempi.

[in aggiornamento… ?]

[segue da qui]

In seguito alla confessione di Nina, anche Casca viene prelevata dagli inquisitori per essere sottoposta a interrogatorio; quando però le torture stanno per iniziare, un squadrone di demoni irrompe nella stanza e comincia a massacrare chiunque si pari sulla sua strada.
Nel frattempo, Guts ha messo insieme alla meno peggio una squadra di recupero e sta accorrendo in soccorso della sua bella. Luca conosce un modo per introdursi nella torre, e chiede agli altri di attendere buoni dietro un angolo mentre lei si lavora la guardia; tuttavia le richieste di una stupida donna sono indegne della considerazione di Guts, che le passa avanti ed entra senza alcun problema.
Il resto della squadra – Isidro, Luca e l’amante di lei, il soldato dell’inquisizione Jerome – lo segue a ruota, ma invece di dirigersi verso la sala delle torture devia verso le celle dei prigionieri.

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Umorismo maschilista: la chiave per il cuore di ogni donna.
Luca e i suoi quindi trovano e liberano Nina dalla sua cella; vedendo che non c’è Casca con lei, le chiedono dove sia stata portata. Nonostante tutti i piagnucolii sulla propria debolezza e inutilità con i quali ci ha deliziati finora, Nina cede per l’ennesima volta alla codardia e risponde di non saperlo. Perché non solo il personaggio con meno spina dorsale di un lombrico doveva essere una donna, si tratta anche una recidiva incapace di migliorare la propria condizione di un dito non importa quanto disperatamente lo desideri – a meno che un uomo non sia coinvolto nel processo. Ma non anticipiamo troppo!

Mentre cercano di fuggire dalla torre, i tre si imbattono in nientemeno che padre Mozgus l’inquisitore capo. Tra le braccia tiene il corpo inerte di Casca, e afferma di volerla bruciare per eliminare l’orda di demoni che stanno infestando la torre. Sembrerebbe proprio una buona occasione per far vedere le tette di Casca:

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Se qualcuno pensa che la forza di gravità non sia un’optional, sappia che per Miura lo è. Perlomeno quando si tratta di tette.
Subito dopo, i sodali di Mozgus attaccano i nostri eroi: uno di loro distrugge inavvertitamente una sezione di muro, e nella confusione Luca precipita attraverso il foro; Nina riesce ad afferrarla per il rotto della cuffia, e Jerome acchiappa lei per la collottola.

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La piccola pusillanime medita di lasciar andare Luca e salvare la pelle, ma Luca la precede e si lascia precipitare nel vuoto per lasciarli scappare. Perché se siete dei personaggi femminili in una situazione drammatica, sacrificare la vostra stessa vita per quella degli altri è sempre l’opzione migliore a vostra disposizione; difatti, ecco che un Deus Ex Machina compare dall’aere e premia la sua scelta vincente traendola in salvo.
Nel frattempo Guts si riunisce finalmente al gruppo, e ha inizio l’ennesima battaglia Guts vs kattivi assortiti. A bordo campo, Nina la dolce cretinetti si abbandona al puro terrore e Farnese si rende conto che anche lei, come ogni donna di questo manga, dinanzi agli orrori soprannaturali non prova altro che il panico di una bambina di quattro anni; nel mentre, Jerome mantiene una compostezza invidiabile e Isidro l’ottenne smania per partecipare allo scontro.
Guts sconfigge tutti i tirapiedi di Mozgus, e finalmente incrocia la spada con il Boss di Livello; nel mentre, Isidro salva più e più volte la vita di quella dolce cretinetti di Casca. Quanto a Nina, precipita come una deficiente dalla cima di un muro e si rompe una caviglia, rimanendo nel contempo isolata dal gruppo e in balia dei demoni che scorrazzano per la tenuta degli inquisitori – ma non vi preoccupate! Poiché l’unico ruolo narrativo di Nina è far risaltare l’abnegazione di Luca, ecco che la nostra prostituta favorita ricompare proprio al momento giusto per sacrificare per la seconda volta la propria vita per Nina, cedendole un nascondiglio a prova di demone e rimanendo così lei stessa indifesa.
Poco distante, Guts riesce finalmente a liquidare Mozgus. Poiché ormai è chiaro che ciò che sta accadendo è nientemeno che un’evocazione demoniaca come quella che ha trasformato Griffith in Femto, il nostro eroe organizza rapidamente una resistenza contro le forze infere che presto precipiteranno sul gruppo. Farnese lo fissa a bocca aperta, ammirata da tanta virile sicurezza e competenza, mentre lui le salva la vita e cerca di riscuoterla dal suo intontimento stile Casca per farla collaborare con la squadra. Perché non sia mai che una donna riesca a rendersi utile in una situazione di emergenza che esula dalla sua esperienza diretta: quando si entra nel campo in cui il Vero Uomo Guts è esperto (combattere i demoni), tutte le donne in scena devono trasformarsi in fantocci inebetiti anche a costo di andare OOC per meglio far risaltare la di lui miticità e attraenza.

Il gruppo in qualche modo si barcamena fino al mattino seguente, quando i demoni scompaiono. Tutti sono sopravvissuti, comprese Nina e Luca, che ha trovato rifugio in fondo a un pozzo. Nina si rende conto che finché resterà con Luca dipenderà sempre dalla mamma chioccia e non riuscirà mai ad essere davvero forte e indipendente come vorrebbe; per questo motivo decide di andarsene per la propria strada da sola con il suo fidanzatino Joachim, non siate ridicoli. Quando c’è una lezione di vita da imparare, c’è sempre un uomo di mezzo.

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Lo stesso discorso vale per Farnese. Turbata dagli eventi della notte precedente, la ragazza si rende conto di essere in fondo una debole, dolce cretinetti a cui il Vero Uomo Guts ha aperto gli occhi sulla vita. Lui è l’unico che ha la forza e le capacità per opporsi al mondo delle tenebre, e questa consapevolezza la spinge a dimettersi dalla sua posizione all’interno delle gerarchie ecclesiastiche per seguire Guts come discepola: d’ora in avanti “quell’uomo sarà la sua guida” (sic), e le “mostrerà la strada per sopravvivere nell’oscurità” (sic).
Questo è il momento che segna il passaggio di Farnese dalla schiera dei kattivi a quella dei buoni: quando depone la propria immeritata autorità e accetta la leadership di Guts. Le due cose sono direttamente collegate tra loro, tant’è che da quel preciso istante la personalità di Farnese cambia radicalmente: lasciata a se stessa da genitori assenti o posta al comando di un’armata, la ragazza era isterica, sadica, violenta, bigotta e repressa; sotto la saggia guida di Guts diventa all’istante dolce e umile (= normale) come tutte le altre “buone” standard di Berserk. Non manca nemmeno il taglio di capelli à la Mulan per sottolineare la gravità del momento: Farnese con i capelli raccolti stretti è una bacchettona isterica, Farnese con i capelli sciolti è una donna sana ed equilibrata.
Morale di questo volume: una donna con dei disturbi della personalità ha solo bisogno dell’aiuto, o meglio della saggia guida, di un Vero Uomo per guarire.

Nel frattempo, Guts e Casca – che hanno un certo vantaggio su Farnese e Serpico – stanno vagando alla ricerca di un luogo sicuro dove i demoni non possano raggiungerli. L’elfo Puck suggerisce che si rechino nella terra degli elfi, Elfhelm, che è impenetrabile per i demoni. All’inizio del viaggio verso Elfhelm veniamo a conoscere una personalità nascosta nella testa di Guts (… ), il suo Lato Oscuro, che suscita le ire del nostro eroe semplicemente facendo il Capitan Ovvio della situazione:

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Grazie, Miura: non bastava trattare Casca come un espediente narrativo con le gambe, ora devi anche dirlo chiaro e tondo.
Guts è fermamente deciso a non cedere al proprio Lato Oscuro e perciò continua a salvare Casca da nemici assortiti, finché non accade l’inevitabile e Casca subisce l’ENNESIMO tentativo di stupro, il #6 (#8 contando anche quelli andati a buon fine). Dopo aver mostrato per l’ENNESIMA volta come sono belle le tette di Casca quando vengono strizzate dalle manacce di un vecchio schifoso, Miura decide che è tempo di stupirci con una novità incredibile e Casca si salva da sola, strappando un’arma da uno dei suoi aggressori e passandoli poi a fil di spada tutti e tre.
Giuro. Si salva da sola. Riavvitate pure le mascelle.
Questa botta di novità è stata inserita evidentemente solo perché era tetta time forniva una buona apertura per la scena seguente, nella quale Guts arriva trafelato solo per scoprire che Casca non ha più bisogno del suo aiuto. E non solo: la ragazza, in preda al panico, rivolge la spada anche contro di lui. Dopo averla bloccata con la solita facilità imbarazzante, Guts la slingua – così, perché WTF -, poi viene posseduto dal Lato Oscuro di cui sopra e riesce a stento a trattenersi dal farla a pezzi.
Sconvolto da ciò che ha fatto, quando Farnese e Serpico finalmente lo raggiungono Guts esaudisce le richieste in ginocchio della ragazza e permette loro di aggregarsi al gruppo, nella speranza che possano proteggere Casca se lui dovesse perdere il controllo di nuovo.

Mentre i giorni passano, Farnese si rende conto di non essere di nessuna utilità per il gruppo: non ha mai imparato a svolgere compiti triviali come fare il bucato o cucinare, e abbiamo già visto che non è neanche in grado di maneggiare propriamente una spada. Come già Charlotte, anche Farnese è quel tipo di personaggio femminile di famiglia nobile che sembra abbia passato l’intera vita a guardare le macchie di umidità sul soffitto, a giudicare dall’incredibile numero di arti che padroneggia (zero, 0). Non è neanche in grado di tenere d’occhio Casca per dieci minuti in un bosco senza che la poverina sparisca – peggio, nel tentativo di ritrovarla si perde lei, e la mattina seguente viene a sapere che Casca era ritornata bel bella all’accampamento perché aveva fame. Battuta in geografia da una che neanche si ricorda il proprio nome, rendiamoci conto…

Nella migliore tradizione dei fardelli umani di sesso femminile in Berserk, Farnese e Casca non ci mettono molto a venire rapite (SIGH) da un troll che passava di lì, e Isidro deve salvarle. Per una volta il ragazzino non ce la fa a respingere le forze demoniache con il puro potere della propria insopportabilità, e deve venire aiutato.
Da una donna.
Miura deve essersi proprio dato alla pazza gioia con quei superalcolici, perché una ragazzina si fa avanti e mette in fuga il manipolo di troll che stava per fare a pezzetti i nostri eroi (i tre più brocchi del gruppo, vero, ma non possiamo chiedere troppo… ). Si tratta di una streghetta di nome Schierke, l’unico altro personaggio femminile oltre alla Casca pre-demenza che ha un minimo di cervello e di competenze scalciaculi da offrire alla storia; di più, le sue competenze (magia) sono qualcosa che nessun altro personaggio del cast principale ha. Non vi stupirà dunque sapere che, prima del Volume 37, anche lei dovrà rientrare nei ranghi accettando la leadership di Guts come la cosa più naturale del mondo, mettendo la propria magia a completa disposizione della sua missione, ricevendo da lui preziose lezioni di vita e soccombendo al suo incredibile fascino, proprio come ogni singola stramaledetta donna che l’ha preceduta.

Il gruppo si riunisce e raggiunge la dimora della streghetta – o meglio, della sua maestra Flora. Questa è la tipica “vecchia saggia fèntesi standard #263”, che si è guadagnata un ruolo nel romanzo solo in qualità di aiutante magico. Miura la mette giù proprio così, in tutto il suo squallore, tramite la voce della donna stessa:

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Flora si rende subito utile istruendo i nostri eroi sulla natura della magia, dopodiché “presta” (per sempre, come il periodo di prova di WinZip) ai nostri eroi degli equipaggiamenti magici personalizzati: a Serpico il potere del vento, sotto forma di un mantello che permette di levitare e una lama che affetta i nemici a distanza; a Isidro il potere del fuoco, sotto forma di un pugnale dalla lama fiammeggiante e delle bacche esplosive scaccia-troll; alle squinzie… due t-shirt paillettate anti-troll in pendant e un generico coltello dal formaggio del servizio d’argento della Zia Eustachia. Sigh. Più avanti, Guts riceverà da lei un’armatura superfaiga iperpotenziata e insta-taumaturgica, che gli consentirà di oltrepassare tutti i limiti della decenza del suo corpo mortale e deliziarci con battaglie ancora più inverosimili di quelle illustrate finora.
Flora inoltre informa Schierke che può scordarsi di avere un proprio arco narrativo: il suo Destino(TM) infatti è quello di aiutare Vero Uomo Guts nella sua missione, prendi e porta a casa. Poiché infatti Flora non è un’incapace da proteggere o una ragazzina da affascinare come tutte le altre, non può unirsi di persona alla missione di Guts o rischierebbe di non dargli il necessario risalto; data la sua età, farla stuprare a morte non sarebbe esteticamente gradevole come nel caso delle modelle sedicenni, perciò Miura opta per l’unica altra uscita di scena standard per una donna, e la fa sacrificare altruisticamente per il gruppo.
Ma andiamo per ordine…

Avanti veloce durante una generica sottotrama nella quale: 0) Farnese e Casca fanno il bagno nude 1) Schierke si presenta in un villaggio per liberarlo da un’orda di troll maligni, ma non è in grado di convincerli a farsi aiutare senza che Vero Uomo Guts metta una buona parola per lei; 2) Schierke, in qualità di apprendista strega, possiede un rigido codice deontologico a cui attenersi e tuttavia neanche lei scampa alla lezioncina di vita da parte di Vero Uomo Guts; 3) Farnese è “cambiata in meglio” quando diventa un’infermierina modello per la povera Casca e metta sua sua vita davanti alla propria; 4) durante i numerosi scontri con i mostri kattivi gli uomini hanno sempre ruoli aggressivi, le donne difensivi; 5) Schierke salva il villaggio con una serie di incantesimi incredibili, e riesce perfino a piazzare un discorsetto istruttivo per lo stupido prete bigotto, ma deve comunque fare una piccola cazzata nel finale perché il suo lavoro non può essere perfetto come quello degli uomini – e soprattutto perché 6) Schierke deve comunque essere modesta all’inverosimile, insicura di se stessa e bisognosa del Vero Uomo Guts per essere rassicurata sul proprio valore e sul proprio merito:

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Si spiega così il senso di inserire nel gruppo una strega bambina invece che una adulta: una bambina può essere talentosa e capace finché volete, ma è comunque un’ingenua che può essere trattata con condiscendenza. E mica solo lei:

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Ah, e come dimenticare che 7) alla fine della fiera Farnese e Casca vengono rapite dai troll kattivi, e Guts e gli altri devono andare a salvarle? Non me lo sarei mai aspettato…
I mostri ovviamente hanno un’unica passione, la stessa di tutti i personaggi genericamente kattivi di Berserk: lo stupro. E allora andiamo con una tavola doppia più svariate vignette in cui illustrare per filo e per segno tutti gli abusi sessuali che i troll fanno subire alle fotomodelle donne rapite dal villaggio, per gli psicopatici in lettura. Appena prima che a Casca e Farnese tocchi la medesima sorte, Guts compare e le salva (#13 per Casca, ed è solo un conteggio parziale… ). Ben presto però appare chiaro che i troll sono molti più di quanti i nostri eroi avevano preventivato: Guts dovrà tenerli a bada mentre gli altri si mettono in salvo. Perché non dobbiamo lasciarci ingannare dal fatto che Guts continua a chiamare Schierke “boss”:

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E questo è l’ordine naturale delle cose, pare.
La battaglia tra Guts e i troll ha inizio, soliti arti che volano e fontane di sangue eccetera eccetera, poi tutto d’un tratto ecco che compare la Regina Demoniaca che abbiamo già incontrato in precedenza ed è subito TETTECULI

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Mi immagino Miura che ride sotto i baffi, pensando al fine umorismo che ha tirato fuori dal cilindro…
Tra un primo piano di tette e una citazione a casaccio di Nietzche, la sottotrama vivaddio finisce con la vittoria dei nostri eroi e la sconfitta dei kattivi. Una volta che tutti sono usciti dal covo dei troll, Schierke si rende conto che Guts è stato ferito magicamente al punto che “non dovrebbe nemmeno essere in grado di respirare per il dolore”, eppure eccolo che procede per la sua strada come se niente fosse: ke duro!!1 Ke tosto!!! Ke fiocco di neve specialiximo!!11 Schierke è ammirata, e comincia a credere che la missione della sua vita potrebbe davvero essere fare il galoppino per quella meravigliosa creatura che è Guts Vero Uomo.

Come avevo anticipato, quando tornano alla capanna della strega i nostri eroi trovano un manipolo di nemici ad attenderli e l’edificio in fiamme, con la nonnina dentro che sta bruciando viva. Mentre Guts tiene a bada i nemici, Schierke cerca di salvare la propria maestra si dispera e piagnucola come una bambina di sette anni, incapace di utilizzare la propria magia per rendersi utile perché sopraffatta dalle emozioni, e viene per questo rampognata dal sostituto del Vero Uomo Isidro. Sigh.
Ma ecco che la sua maestra la contatta telepaticamente per informarla che non deve angustiarsi per lei, che il suo sacrificio è stato deliberato e che tutto ciò a cui deve pensare ora è che Guts Vero Uomo ha bisogno di lei. Schierke si dà quindi una reffata e decide di rendersi utile, scivolando nel piano astrale e raggiungendo Guts per evitare che la furia della battaglia lo annienti nel fuoco del Lato Oscuro. Per farla breve, Schierke riesce nel suo intento e come prevedibile i nostri eroi riescono a uscire tutti indenni anche da questa situazione.

Finalmente, torniamo a fianco di un personaggio che non vedevamo da un sacco di tempo: Charlotte, l’erede al trono di Midland. Il suo vecchio padre molestatore ha finalmente tirato le cuoia, giusto in tempo perché lei cadesse prigioniera del vecchio imperatore molestatore del Kushan, la nazione genericamente mediorientale che sta conquistando pezzo per pezzo l’intero territorio di Midland.
L’imperatore kushan, in realtà un demone sotto mentite spoglie, insiste perché Charlotte gli dia un figlio che possa legittimare le sue pretese sul trono di Midland. Quando tuttavia si rende conto che la ragazza è (stata) l’amante di Griffith – e se ne rende conto perché la ragazza ha letteralmente foderato la propria camera con immagini a punto croce del suo innamorato, come la più invasata delle gattare – l’imperatore rinuncia ai suoi propositi di molestie sessuali. Ma mica perché sia spaventato da quel Re dei Demoni che è Griffith, anzi, l’imperatore si ritiene destinato a sconfiggerlo e prendere la sua corona; proprio perché boh, mah, la storia vuole così.
Per ragioni altrettanto valide, durante l’ultima evocazione demoniaca a cui abbiamo assistito Griffith è tornato nel mondo dei mortali con la sua forma originale e ora ha intenzione di continuare con il suo progetto di conquistarsi una propria nazione. Per questo motivo inizia a riunire soldati e demoni da ogni parte di Midland, e a dare battaglia agli invasori PoC per rivendicare i propri diritti arhyanhy. Poiché la sua groupie personale Casca ormai non è più disponibile, Griffith reperisce una sostituta a casaccio liberandola dalla schiavitù durante la sua prima battaglia contro i kushan:

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Ma c’è una ragione se la sottotrama di “Charlotte principessa in pericolo” è stata ripresa, ed è – al solito – che un personaggio maschile principale sta per rientrarci e renderla di nuovo interessante. Detto fatto, Griffith compare una notte nella camera della ragazza e la preleva con tutto il letto, destinazione il suo campo base: evidentemente il nostro eroe ha fatto lo stesso ragionamento dell’imperatore kushan, e vuole assicurarsi il sostegno di nobili e popolazione impalmando volente o nolente l’ultima legittima erede al trono… ma Griffith è un bonazzo e lei pende dalle sue labbra perciò boh, le sta facendo un favore?

I nostri eroi nel frattempo sono arrivati in riva al mare, e devono attraversarlo per arrivare a Elfhelm. Mentre aspettano che Miura faccia comparire dal nulla una nave completa di equipaggio apposta per loro, passano la notte in una capanna sulla spiaggia; ed ecco che avviene il miracolo, l’unico angolino di trama femminista non orribilmente maschilista in 37 volumi: Farnese chiede a Schierke di prenderla come sua apprendista e istruirla nelle vie della magia.
Questa scena è rilevante perché è la prima occasione in cui due donne ricercano attivamente una relazione l’una con l’altra al fine di evolvere come personaggi, una relazione intessuta per ragioni puramente personali e senza alcuna influenza da parte di un uomo, e questa relazione è parte integrante della trama principale. Non è come nel caso delle due amiche d’infanzia nel Volume 15, che nel giro di un paio di volumi sono bel che dimenticate senza alcun apporto a lungo termine alla serie; non è come nel caso di Schierke e Flora, con quest’ultima che compare sulla scena il meno possibile e ha solo interazioni blande con la propria apprendista, essendo la loro relazione già data per sviluppata (e di nessun interesse); non è neanche come nel caso di Luca e delle due protette, personaggi altrettanto marginali dei precedenti e che in più non hanno alcuna evoluzione se non quando un uomo incrocia la loro strada. Quello di Farnese come apprendista strega è l’unico arco narrativo ed evolutivo di un personaggio femminile che non contempla in nessun momento l’intervento di un personaggio maschile, l’unico arco narrativo che si fonda sull’interazione proattiva e costruttiva tra due personaggi femminili – e sembra addirittura che all’autore freghi qualcosa di quello che sta scrivendo, una vera conquista per Berserk! Il che la dice lunga sulla qualità media del manga da un punto di vista femminista… ma visto come sono andate le cose finora, non dubito che prima della fine della serie Miura riuscirà a rovinare anche questo.

E a proposito di “rovinare quel poco di buono che è riuscito a raffazzonare”, Miura non perde tempo: già nella scena successiva, la streghetta Schierke è irrimediabilmente affascinata da Vero Uomo Guts quando lui le dona altre incredibili Riflessioni Profonde prese dal suo infinito arsenale.

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Dyo ci scampi da una donna che prima o poi – meglio prima che poi – non caschi ai piedi del nostro Gary Stue come una pera cotta, completamente conquistata dalla sua profondità e unicità e fascino byroniano! Perché, nel caso non aveste ancora colto l’antifona, questo è il destino di ogni singolo personaggio femminile in Berserk. L’unica scusante per non rotolare ai suoi piedi è 1) se siete vecchie, come Flora, e quindi non abbastanza kawaii, oppure 2) se siete evidentemente incapaci di intendere e di volere, come Casca. Tant’è vero che, più o meno da questo momento in poi, anche Schierke si trasforma in una groupie standard di Guts, costantemente preoccupata per il suo benessere e disposta a dare la vita per lui.

Fino a questo momento, Guts si è fatto carico della sorte di Casca nel modo in cui ha ritenuto opportuno farlo, come se lei fosse un grazioso cucciolo abbandonato e non un essere umano con il diritto di decidere del proprio destino. Ora, un Deus Ex Machina lo informa che a Elfhelm i due potranno trovare non solo un rifugio dai demoni che li perseguitano ma anche una cura per la demenza di Casca; Deus però fa notare a Guts che, sebbene lui desideri ardentemente che Casca ritorni quella di un tempo, Miura Casca stessa potrebbe preferire la propria attuale situazione piuttosto che dover venire a patti con le conseguenze di ciò che le è stato fatto.
La questione è interessante: Guts deve fare comunque ciò che ritiene giusto, o deve fidarsi della capacità di Casca di decidere per se stessa anche nella sua condizione attuale? E, anche se avesse la lucidità per prendere una decisione ponderata, Casca sarebbe davvero in grado di comunicarla ai suoi compagni? Guts, colpito, ci pensa su… e poi niente, l’argomento viene lasciato cadere nel vuoto e mai approfondito nei restanti dieci volumi. Non è il caso di mettere in dubbio la leadership del Vero Uomo più dello stretto indispensabile, nevvero? Guarda lì Guts che fa a fettine un coccodrillo demoniaco!

Andiamo avanti veloce mentre: 1) Schierke si imbatte nella groupie di Griffith e le due parlano di quanto è difficile essere diverse in un mondo che non ti accetta per quello che sei… per dieci secondi, prima di passare all’interessantissimo argomento “gli uomini che governano le nostre vite” e rimanerci per tavole e tavole; 2) le due ragazzine vengono minacciate da dei pirati, e Isidro deve fare il grosso e difenderle con la spada anche se Schierke potrebbe finire questa pagliacciata in due secondi netti; 3) alla fine della fiera Isidro non riesce a salvare loro la pelle con le proprie sole forze, perciò ci deve pensare Schierke non uno ma ben due uomini che passavano di lì, mentre Schierke osserva disgustata; 4) la groupie di Griffith (Sonia, per la cronaca) propone a Schierke di seguirla al campo di Griffith, dove non verrà mai discriminata perché è una praticante di magia, ma Schierke rifiuta per l’unica ragione che “il suo posto è accanto a Guts”; 5) per non attrarre troppo l’attenzione, Schierke è costretta a vestirsi da “fanciulla normale” e riceve i complimenti di tutto il gruppo per la sua beltade (vedi Casca); 6) subito dopo, degli ubriachi in un locale cercano di attaccare bottone con le nostre belle fanciulle ma Guts li rimette al loro posto a suon di sganassoni:

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Ditelo, che sentivate la necessità dell’ennesima scena in cui Guts mette in chiaro il proprio status di maschio alfa rispetto a un kattivo a caso e riceve per questo l’adorazione incondizionata della fanciulla di turno. Perché io no.

Nel frattempo, al campo base di Griffith, Charlotte sta lavorando sodo per aiutare la missione del suo uomo: allenandosi per la battaglia, imparando la strategia militare, curando i feriti, accudendo gli animali, organizzando le minuzie di cui Griffith non ha tempo di occuparsi… ma cosa andate mai a pensare, inguaribili ottimisti che non siete altro! Il meglio con cui la nostra rimbambita del cuore riesce a venirsene fuori è cucinare una torta per lui – e a momenti non ha neanche il coraggio di andare a portargliela di persona.

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Ma quando raggiunge Griffith, con lui c’è già Sonia. Drama button!
Se questo fosse un manga minimamente interessante, a questo punto ci sarebbe un catfight nel fango da manuale; invece Charlotte riesce a stento a balbettare due cazzatelle prive di senso dinanzi al Vero Uomo oggetto della sua adorazione, mentre Sonia – che sa benissimo cosa c’è tra lei e Griffith, e nondimeno non ha intenzione di mollare l’osso – fa finta di niente e continua a lisciare Griffith senza pudore. Il sassy gay friend di turno si sente in dovere di intervenire per rettificare la situazione imbarazzante:

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Charlotte non è capace di spiccicare parola dinanzi a Griffith, lui mostra per lei un interesse che a stendo va oltre l’educazione e nessuno dei due (Griffith meno di tutti) le ha fatto intendere di voler rimanere da solo con l’altro, eppure Sonia dovrebbe farsi da parte perché… ? Perché è una donna e quindi deve pensare sempre prima alla felicità degli altri piuttosto che alla propria?

E a proposito di “donna virtuosa = donna abnegante”, torniamo alla nostra compagnia della fava. Eccoli ancora sulle rive del mare, mentre Isidro spia Casca e Schierke che fanno il bagno attendono la miracolosa comparsa di una nave armata di tutto punto che passi di lì apposta per loro; quando qualcuno si rende conto che forse la cosa non sarà così semplice come preventivato, Farnese chiede che lascino che sia lei a occuparsi della faccenda, e con queste parole criptiche li lascia.
Come anticipato, difatti, suo padre è un pezzo grosso del luogo e per lui dovrebbe essere un’inezia procurare un passaggio per tutti e sei sulla prima nave in partenza. Farnese tuttavia è terrorizzata dal padre, in sua presenza suda freddo e riesce appena a far uscire un filo di voce: nonostante tutti i buoni propositi che la animano, al momento decisivo non ha la forza di fargli la richiesta per cui è ritornata da lui. Ma la ragazza ha un fratello, Magnifico, che cova del risentimento dei confronti del padre e che quindi è ben felice di approfittare dell’occasione: lui potrà aiutare gli amici di Farnese a trovare un passaggio verso Elfhelm… a condizione però che Farnese rimanga a terra e sposi Rodrik, un suo amiketto.
Che fare? Continuare la propria istruzione nella magia e rimanere al fianco di Guts (per il quale anche lei ha una cotta), oppure sacrificare i propri sogni per dare una chance ai propri compagni? Farnese ci pensa su fuori campo, presumibilmente per due secondi e mezzo, prima di vendere per sempre la propria indipendenza per una nave. Perché lei è una donna imprevedibile:

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Eccetto quando obbedisce pedissequamente al maschio alfa in scena, che sia il padre o Guts o chi per loro.
E a proposito di Guts, il nostro Vero Uomo preferito non ci sta a venire liquidato con una nave e tanti saluti: intenzionato a parlare a quattr’occhi con Farnese in merito alla di lei decisione, si reca con i compagni a palazzo. Guarda un po’ le coincidenze, proprio in quel mentre un manipolo di tigri demoniache attacca l’avita magione: Farnese tenta di contrattaccare con un candelabro d’argento, ma nonostante l’idea intelligente combina ben poco e deve venire salvata da Serpico – giusto per ribadire per l’ennesima volta che se sei una fanciulla in Berserk puoi avere i poteri più scalciaculi e/o l’idea migliore del mondo per tirarti fuori dalle peste con le tue proprie forze, ma in conclusione sarà un uomo a trarti in salvo tra le sue forti braccia.
Segue un combattimento standard in cui Guts taglia a metà tigri demoniache a destra e a manca, mentre Farnese – con sei volumi di ritardo rispetto ai membri maschili del gruppo – riceve finalmente un dono magico personalizzato per scalciare culi. Dimenticatevi il pugnale fiammeggiante e le bacche esplosive di Isidro, scordate la spada telecinetica e la cappa per volare di Serpico, cestinate perfino l’armatura iperpotenziata e insta-taumaturgica di Guts: ecco a voi gli unici, gli incredibili, i soli… calzini imbottiti di sterpaglie!

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Immagino che, se li agiti con abbastanza convinzione davanti al naso di una tigre demoniaca, questa si distrarrà e comincerà a giocherellarci. Meno ganzi di un puntatore laser, vero, ma in mancanza di meglio…
Tant’è che il promesso sposo di Farnese, Rodrik, è talmente ammirato dalla di lei letale perizia con l’arma magica più pezzente del secolo da unirsi al party offrendo a tutti loro un passaggio sulla propria nave, destinazione Elfhelm. La morale del volume?

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Dopo un ultimo scontro con dei demoni in forma animale, durante il quale Schierke come al solito dimostra tutta la propria competenza assistendo Guts Vero Uomo, il gruppo finalmente si imbarca, destinazione Elfhelm.
Andiamo di nuovo avanti veloce mentre: 1) Casca cade in acqua e Guts la salva (#9); 2) Farnese ha dei dubbi sulla propria utilità per il gruppo, e l’uomo di turno (Rodrik) la rassicura sull’indispensabilità della sua muliebre mansione di babysitter di Casca; 3) bonus: donne random nude!!1 4) Sonia, la groupie di Griffith, arringa le folle e si lancia alla carica durante una battaglia, salvo cadere a terra come una pera cotta cinque metri più in là ed essere salvata da un demone buono (uomo); 5) Schierke istruisce Farnese sul ruolo della strega in un combattimento, ovvero quello della “keystone of protection”, dello “scudo” umano; 6) una nuova ragazzina si unisce al party, Isma, una mezza sirena dalla nudità facile; 7) bonus: sirene con le tette di fuori!1! 8) Schierke medita sulla schiena sexy di Guts sul legame spirituale superspecialiximo che si è instaurato tra lei e Guts; 9) Schierke si rifiuta di essere gelosa del legame tra Guts e Casca, perché

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Mica perché Schierke ha una dignità, perché non è giusto nei confronti di Casca o cose del genere, no: perché Schierke è utile per Guts in un modo in cui Casca non potrà mai esserlo, perciò resterà comunque con lui 5evar!!1
Ma questo è proprio il giorno della gelosia muliebre, perché anche Farnese ha da ridire sul rapporto tra Casca e Guts:

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Farnese e Schierke sono gelose di Casca, Sonia è gelosa di Charlotte, Casca è stata gelosa di Guts e poi di Charlotte… un volume sì e l’altro no, qualche donna deve venire a patti con la propria gelosia. Serve ricordare che gli uomini si trovano in situazioni del genere forse due volte in 37 volumi, e in nessuno di questi casi mostrano alcun segno di risentimento personale e irragionevole nei confronti del rivale?

E con questo siamo finalmente arrivati al trentasettesimo e ultimo volume edito.
La storia ovviamente prosegue, e ha anche un certo margine di miglioramento – soprattutto se consideriamo che, tra i primi volumi e questi ultimi, alcune cose sono in effetti cambiate in meglio per quel che riguarda la rappresentazione femminile. Tuttavia, come spero di aver dimostrato in maniera esauriente, nel suo complesso Berserk è un’opera sessista, ovvero che inquadra i personaggi femminili e quelli maschili in ruoli/caratteri predefiniti (e stracolmi di cliché e pregiudizi) sulla base della sola differenza di genere, e maschilista, ovvero che attribuisce una maggiore importanza narrativa ai personaggi maschili rispetto a quelli femminili sulla base della sola differenza di genere. In Berserk le donne, specie nei primi volumi, sono presenti in numero inferiore rispetto agli uomini; quando ci sono, ricoprono ruoli stereotipati e/o marginali rispetto a quelli maschili, e il loro tempo sulla scena è direttamente proporzionale alla loro utilità nell’arco narrativo del personaggio maschile di turno – o alla loro appetibilità sessuale mentre vengono stuprate. Mentre gli uomini sono quasi sempre proattivi, le donne sono quasi sempre reattive; mentre l’essere uomo è una cosa che viene data per scontata nella caratterizzazione dei personaggi maschili, l’essere donna è un elemento fondamentale della caratterizzazione dei personaggi femminili, che viene spesso e volentieri tirato in ballo e usato come espediente narrativo. Per di più, quella che è nominalmente la protagonista femminile del manga – Casca – non passa né il Bechdel né il Mako Mori test.
Alcuni fan sostengono che si debba spezzare una lancia in favore di Miura, perché poteva fare di peggioa parte che stento a immaginare in che modo personalmente, neanche morta ringrazierò un autore perché ha discriminato i suoi personaggi femminili in tutti i modi elencati qui sopra MA almeno ne ha inserito qualcuno, o ha dato loro anche qualche pregio, o cose del genere. In una situazione nella quale il personaggio-tipo di una qualsiasi opera di fiction è un maschio bianco etero cis, credo che troppe donne (e appartenenti a minoranze in generale) si accontentino delle briciole, dicendosi che sono pur sempre meglio di niente, quando meriterebbero ben altro; spero che questo articolo, che siate d’accordo o meno con la mia posizione, possa quantomeno spingere qualcuno a informarsi e a riflettere sulla rappresentazione femminile in narrativa, un argomento a tutt’oggi pieno di problemi e spesso frainteso.

Berserk infatti non è certo l’unica opera fantasy (e non) con il problema di una rappresentazione femminile disastrosa, anzi: La Ruota del Tempo, per dire la prima saga bestseller acclamata in tutto il mondo che mi viene in mente, rappresenta il femminile in un ampio ventaglio di sfumature l’una peggiore dell’altra, da “discutibile” a “semplicemente offensiva”. Tuttavia, anche se non escludo di fare una puntatina in Randland prima o poi, ho deciso di analizzare proprio questo manga perché è più rapido e piacevole rileggere 37 volumi di manga che undici tomi da mille pagine l’uno Berserk sembra essere uno di quei mostri sacri dei quali non si può dire nulla di male, pena l’esclusione a sassate dal consesso civile. E se mi conoscete solo un po’ sapete che il mio sogno nel cassetto è risultare odiosa a quante più persone possibile essere trp ribbelle, come il mio modello di vita Eynis. Perciò, vediamo di chiudere in bellezza questa serie di articoli:

* I film di Hayao Miyazaki fanno pena, in particolare la sua versione de Il castello errante di Howl è qualcosa di oltraggioso;
* Harry Potter è banale e stucchevole;
* Il Signore degli Anelli è una cagata pazzesca.

Flamewar in tre… due… uno…

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AGGIORNAMENTO (25/01/15):
A chi volesse leggere un manga sul genere di Berserk ma con una rappresentazione femminile dignitosa mi sento di consigliare Claymore di Norihiro Yagi, che ho finito di leggere giusto poco tempo fa. La trama gira sempre intorno a delle guerriere con capacità sovrannaturali e spade sproporzionate che combattono mostri 24/7, il sangue e la crudezza non mancano (e intendo cose sul genere di *piccolo SPOILER*: bambina vede il padre trasformato in un mostro uccidere la madre e i fratelli e cibarsi delle loro budella, è costretta a ucciderlo per non fare la stessa fine e poi a nutrirsi del suo cadavere per non morire di fame) e, guarda un po’, il cast è quasi completamente femminile, ben diversificato e gli stereotipi di genere si contano sulle dita di una mano.

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AGGIORNAMENTO (27/01/15):
Mi duole non poter riportare uno scambio di battute che ho avuto di recente sulla pagina Facebook “Berserk Eclipse”, perché sono stata troppo stupida per prendere degli screenshot*. In breve: alla pagina è stato segnalato il link del primo articolo della serie, e l’admin l’ha ripreso commentando la mia generale ignoranza del manga e la mia parzialità avendo voluto riportare solo qualcosa dell’arco narrativo di Casca e Charlotte, senza menzionare personaggi come Luca, Schierke, Farnese e via discorrendo. Gli ho fatto notare che gli articoli sono quattro e che sarebbe bene leggerli tutti prima di criticare la mancanza di personaggi nella mia analisi, al che ha ribattuto che anche a lettura terminata la sua opinione non cambia: la mia analisi è parziale, ho preso appositamente delle scan decontestualizzandole e ritagliandole ad hoc per sostenere il mio punto, ho distorto alcuni avvenimenti e mentito senza pudore su altri, ho ignorato ciò che mi faceva comodo e via discorrendo, in un’escalation di disonestà intellettuale. L’ho pregato di portare esempi concreti a sostegno della sua tesi, e mi ha fornito una risposta chilometrica articolata in tredici punti ai quali ho ribattuto uno per uno, nella quale non voglio entrare più di tanto perché si trattava IMO più che altro di grossolani fraintendimenti di quello che ho già spiegato per filo e per segno in questi articoli. La sua risposta è stata cancellare il post*, con la seguente giustificazione: https://www.facebook.com/BerserkDon/photos/a.667389873317151.1073741832.666863586703113/833433373379466/?type=1 Dopo essermi presa della “tipa repressa che non va oltre gli standard di Kiss Me Licia” perché ho osato sostenere che quello di Charlotte è proprio uno stupro anche se Griffith non è stato violento e anche se lei in linea generale era aperta a un rapporto sessuale con lui, mi perdonerete se mi ritengo la vincitrice morale dell’internet.
Chi mi segue da un po’ saprà già qual è la mia politica in merito, ma voglio ripeterla per chi dovesse capitare ora su questi lidi: non sono una bambina frignona che si offende e strepita se le danno della mistificatrice intellettuale, come l’admin di Berserk Eclipse sembra voler sottintendere. Se avete qualcosa da ridire sulla mia analisi, ben venga: portate le prove che mi sto sbagliando, e sono disponibilissima a rivedere la mia posizione; se non potete portarle, perdonate il francesismo ma STFU °u° le scanlations del manga sono disponibili tipo ovunque su internet, gratuitamente, in siti come Mangafox: se avete dei dubbi sul mio operato, andate a leggere e fatevi una vostra idea sulla questione, che è sempre la cosa migliore da fare. Non pretendo che tutti siano d’accordo con me, ma mi sembra di aver argomentato con sufficiente chiarezza e dovizia di esempi i miei punti: da chi mi accusa di mentire mi aspetto perlomeno la stessa precisione nel sostenere la sua tesi.
(e per l’admin di Berserk Eclipse, se legge: rinnovo il mio consiglio a dare una scorsa a Claymore nel caso non l’avesse già fatto, così possiamo discutere dei miei gusti da ragazzina svenevole in fatto di manga)

* In realtà, controllando la casella dello spam sono riuscita a recuperare i commenti che l’admin della pagina aveva inserito in risposta ai miei, anche se questi ultimi sono purtroppo andati perduti come pure i commenti degli altri partecipanti alla discussione. Al solito, se siete miei amichetti chiedete e vi sarà dato.

[segue da qui]

Come anticipato nella scorsa puntata, mentre Casca sta venendo stuprata dal boss di livello Guts si rialza e gli amputa un arto, permettendo così alla ragazza di mettersi in salvo.

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Tranne per il fatto che non è riuscita a torcergli letteralmente un capello e si è limitata a farsi stuprare finché il Vero Uomo non ha preso le redini della situazione. Miura, prendi per il culo?
Guts annuncia quindi la sua decisione di ingaggiare un duello uno contro uno con il mostro e farlo fuori lì e ora. Casca però dovrebbe ritirarsi nelle retrovie, perché conciata così – con i vestiti a brandelli che incorniciano artisticamente le tette e il culo – lo distrae. Le somiglianze con Ghirardi cominciano a farsi inquietanti…
Casca obietta e propone una ritirata strategica, ma Guts la zittisce con la grazia di un camionista polacco dopo tre giorni di guida ininterrotta: “Shut the fuck up and hide!!”. Dopotutto non è come se fosse una guerriera competente ed esperta tanto quanto Guts, una le cui parole meriterebbero più di 0,5 secondi di considerazione prima di venire sdegnate: il giudizio dell’uomo è invariabilmente il migliore.
Segue uno dei soliti interminabili combattimenti su cui sorvolo, fermandomi solo un momento a bordo campo a notare Casca che si strugge in lacrime (#18) per il suo amato e di nuovo piange di gioia (#19) quando prevedibilmente Guts esce vivo e vittorioso dallo scontro. Quel rosicone di Griffith osserva e registra tutto.

Una volta ritornati al campo, Casca ricomincia a piangere (#20) mentre ricuce le ferite di Guts, sconvolta dalla prospettiva che un giorno o l’altro probabilmente lui si farà ammazzare se continua così. Inoltre, ben presto appare evidente che Griffith non potrà mai più tornare quello che la Banda conosceva e amava: le torture hanno provato talmente il suo corpo che non riuscirà più nemmeno a reggere in mano una spada. Si apre perciò la questione del destino della Banda: chi terrà uniti i mercenari, ora che è chiaro che Griffith non potrà più farlo?
Qualcuno propone il nome di Casca come nuova leader, ma l’opzione viene subito scartata dal momento che “noi siamo i Falchi grazie a Griffith”. Mentre la disperazione serpeggia e ognuno pensa di andarsene per la propria strada, Judeau suggerisce a Guts di portare Casca con sé questa volta, “anche se deve farlo con la forza”. Perché l’uomo sa ciò che è meglio per lei?
Anche un drappello di mercenari vuole parlare col nostro eroe: sono gli uomini di cui era al comando quando era nella Banda, e vogliono supplicarlo di portarli con sé quando se ne andrà. Perché saranno pure i Falchi grazie a Griffith, ma in mancanza d’altro anche Guts va bene uguale – basta che non sia Casca, insomma.

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E tante grazie al cazzo a Casca, che ha lavorato come un mulo per un anno per tenere il loro culo all’asciutto.
Non sappiamo se Guts accetta o rifiuta la loro proposta, perché nella vignetta seguente lo vediamo avvicinarsi a Casca, seduta fuori dal carro nel quale Griffith sta vegetando. La sorella perduta di Nihal sta piangendo DI NUOVO (#21), e quando Guts le chiede il perché lei gli confessa che non se la sente di lasciare Griffith da solo per andarsene con lui, l’infermierina che è connaturata in ogni donna le impedisce di abbandonare un povero relitto umano al suo destino – ma Guts deve andare per la sua strada! Griffith non rispetterebbe mai qualcuno che rimanesse al suo fianco solo perché è bisognoso di aiuto! Qualcuno come Casca, diciamo… ma lei mica deve essere rispettata, lei deve essere utile.

Nel frattempo, Griffith sta sbroccando: in preda ad allucinazioni del suo passato, riesce in qualche modo a prendere il controllo del carro dove stava riposando e parte a tutta birra, verso l’infinito e oltre. Tra le sue visioni, anche un possibile futuro bucolico in una casetta in Canadà con Casca, per l’occasione con i capelli lunghi e un vestito da vecchia babbiona vera donna, e un pargoletto pestifero di nome Guts.
Per farla breve, prima di venire riacciuffato dai suoi compagni Griffith riesce ad attivare un manufatto magico che possedeva da molto tempo. Questo manufatto permette di evocare, tramite compenetrazione tra il piano materiale e il piano astrale, quattro potenti demoni che garantiranno all’evocatore un desiderio in cambio del sacrificio di ciò che per lui c’è di più prezioso al mondo. La regola di Puffetta colpisce ancora, e anche qui il demone con caratteri femminili è uno solo e una sgnacchera astronomica, che ci delizia con mosse ammiccanti per chiarire il proprio status di puttana demoniaca honoris causa.
Dopo un po’ di bromance GutsxGriffith e pippozzi angst, Griffith si decide a fare ciò che tutti noi sapevamo avrebbe fatto fin dal Volume 3, ovvero sacrificare l’intera Banda dei Falchi per diventare un Re dei Demoni. All’istante tutti i sacrifici vengono marchiati, e comincia il massacro da parte di un’orda di demoni sopraggiunti per l’occasione – tra i quali merita menzione una bella puttana demoniaca (#4), era ben dallo scorso volume che non si vedevano delle tette.

Come se la starà cavando Casca nel mezzo del massacro? Lei che all’inizio dell’evocazione aveva organizzato con tale efficienza e freddezza i propri commilitoni, ora che il gioco si fa duro starà sicuramente vendendo cara la pelle, giusto?
Potete facilmente rispondervi da soli: come nella maggior parte delle situazioni del genere, quando c’è qualche altro personaggio principale in scena Casca se ne rimane imbambolata col cervello in buffering, costringendo gli uomini intorno a lei a mettersi in mezzo per difenderla e/o ad allontanarla a calci in culo. In questo caso, Pippin si sacrifica per permettere a lei e a Judeau di scappare, dal momento che ora lei è “il loro capitano” ed è di vitale importanza che sopravviva (mah).
In sella davanti a Judeau, Casca piange (#22).
Mentre la fuga prosegue, Judeau scalcia culi e tira giù nomi per impedire che a Casca venga torto un capello, e infine fa scudo a Casca col proprio corpo rimanendone ferito mortalmente. Casca, tuttora piangendo, cerca di trarlo in salvo ma lui tira il calzino sulla sua spalla.

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Pure tu, però, Judeau…
Senza un uomo Casca non ha mezza chance di sopravvivenza, e difatti – a differenza di lui, che è morto combattendo fino al suo ultimo respiro – lei va giù come un birillo senza colpo ferire, tra le grinfie di una manica di demoni che come prima cosa si premurano di strapparle tutti i vestiti di dosso [inserire paginone centrale tavola doppia qui]. Dopodiché, la agitano davanti al naso di Guts come un panno rosso davanti al toro.
Nel frattempo Griffith sta lasciando le sue malridotte spoglie mortali per assumere quelle di Femto, un Re dei Demoni alato. Il primo atto di Femto appena venuto alla luce è avvicinarsi a Guts, posare una mano su Casca e liberare con la morte i suoi amici dal loro ingiusto tormento strizzarle la tetta. Popi popi!
Poiché ormai i fan di Berserk erano in crisi di astinenza da stupri, eccovi il #2 per Casca e il #4 nella serie – anche questo condito con tanti primi piani delle tette madide di Casca, del suo culo tornito strizzato dagli artigli di Femto, delle sue espressioni ambigue à la Charlotte, perché lungi da Miura sprecare del buon materiale pornografico quando capita l’occasione.

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Strano ma vero, in questo caso nessun fan pare aver preso la cosa per un rapporto consensuale. O forse la cosa non dovrebbe meravigliarmi: scema io ad attenermi all’incredibile somiglianza oggettiva tra i due episodi, ad osservare la reazione (quasi identica, peraltro) delle due vittime, perché la bussola morale per interpretare episodi del genere è evidentemente il maschio alfa in scena. Se lui non ha niente da ridire (come Griffith allora) il rapporto è consensuale e normalissimo, mentre se è fuori di sé dalla rabbia (come Guts ora) c’è qualcosa di sbagliato. Semplice, no?

Dopo ventitré (23) pagine di uno stupro portato avanti fino alla nausea, indugiando in modo stucchevole sulle pose più plastiche, Femto lascia finalmente andare Casca. La sua intenzione nel montare questo teatrino era chiaramente quella di spezzare l’animo di Guts portandogli via l’unica cosa che ama, tanto che la stessa Casca nel bel mezzo della cosa si premura di invitare Guts a “non guardare” (che tesoro, nevvero? Sta venendo stuprata a morte da un Re dei Demoni, e tutto ciò a cui riesce a pensare è il suo amato). Mi hai fregato il mio giocattolo preferito, adesso guarda mentre te lo rompo!
In tutto ciò Casca è per l’appunto un mezzo per Femto per raggiungere l’unico scopo che gli sta a cuore, ovvero toccare l’animo di Guts; è un oggetto, che una volta esaurita la sua funzione è da buttare. Ma, come è già capitato nel caso di Theresia, non è il kattivo che oggettifica la donna perché è kattivo: è proprio Miura che lo fa, perché Casca a tutti gli effetti è un oggetto usa e getta nell’economia della storia, un mezzo attraverso il quale vengono svolti i drammi degli uomini, e questo è tutto il problema.
Vediamo subito il modo in cui questo avviene. Un Deus Ex Machina a casaccio piomba dal soffitto à la Saphira, acchiappa i nostri due eroi e si invola nell’etere. Guts si risveglia in una grotta, tutto fasciato e in compagnia dei due ragazzini che l’hanno assistito nella sua convalescenza. Il suo primo secondo quarto pensiero è per Casca, che al momento sta facendo Miss Maglietta Bagnata la doccia vestita sotto una cascata sotterranea lì accanto. Lui balza in piedi e si precipita verso di lei, ma lei lo respinge con un urlo inarticolato; ci pensano i ragazzi a ragguagliare Guts sulla Triste Verità, e cioè che in seguito al trauma subito Casca è diventata muta E ritardata mentalmente E ha perso la memoria.
E sticazzi, aggiungerei. Casca finora ha subito di tutto e di più, anche dal punto di vista sessuale, e ne è sempre uscita resettata, esattamente com’era prima – perché la regola d’oro in Berserk è che la trama deve girare sempre e solo intorno a Guts, o comunque all’uomo di turno. Il personaggio di Casca, già spremuto fino al midollo in qualità di “vittima da salvare”, con questa scena-climax ha esaurito la propria funzione principale nell’economia della storia, ovvero fungere da oggetto dell’affezione di Guts in modo che lui soffrisse quando lei gli fosse stata tolta: è ora che venga accantonata e rimpiazzata da un manichino con le sue fattezze, giusto per tenersi aperta una sottotrama (per Guts, chiaramente) sulla cui esile traccia sfornare volumi su volumi.
L’improvviso deficit della sua mente ha un ruolo ben preciso: poiché la gravità della scena in questione non avrebbe permesso a Miura di ignorare a pié pari le sue conseguenze sul personaggio di Casca, come ha fatto in ogni singola occasione finora, per mantenere la trama imperniata solo ed esclusivamente su Guts l’autore si è visto costretto a incapacitare Casca per toglierla di mezzo dall’azione, anche a costo di arrampicarsi sugli specchi. Se Casca ne fosse uscita con la testa a posto probabilmente Miura avrebbe dovuto perdere del tempo per (orrore) esplorare gli strascichi del trauma, forse addirittura concederle un arco narrativo indipendente per la sua vendetta; molto meglio che se ne stia zitta e tranquilla e che lasci che sia Guts a occuparsi del problema, come sempre.
La prova del nove è la reazione di Guts a tutto questo. Lo stupro di Casca ha il solo scopo di fomentare l’odio e il desiderio di vendetta di Guts nei confronti di Femto. ed è esattamente questo che avviene: durante lo stupro lui non è in pena per Casca, è furibondo con Femto; scagliandosi in avanti, spada alla mano, non invoca il nome di Casca ma quello di Griffith. Difatti, una volta che Casca ha trovato una casa relativamente sicura e due ragazzini che si occupino di lei, Guts parte in cerca della sua vendetta. Perché è la vendetta ciò che davvero sta a cuore a Guts, non tanto il benessere o la compagnia di una donna che, appena viene ferita e necessita di un aiuto particolare, lui abbandona alla prima occasione. Ed è questo che Miura voleva ottenere: il personaggio che esce da questo episodio con nuove sfaccettature e obiettivi è Guts, mentre Casca dal punto di vista drammatico ne risulta immobilizzata e annullata.

Guts dunque taglia la corda in cerca di vendetta per Casca per il suo ego virile oltraggiato, ma non prima che il manga tocchi uno dei punti essenziali della narrativa scadente, qualcosa che in un’opera trash non manca (quasi) mai: costi quel che costi, la protagonista femminile deve sgravare. E difatti anche Casca sgrava, dando alla luce un piccolo mezzo vampiro luccicante demone storpio che scopriamo essere figlio suo e di Guts… e di Griffith (?). Guts, disgustato, tenta di far fuori la bestiaccia ma Casca la protegge col suo corpo: quale donna non preferirebbe morire piuttosto che veder torcere un capello alla sua prole? Una donna deviata e maligna, senza dubbio.
Il mostriciattolo perciò riesce a fuggire, e la sensazione è che lo rivedremo molto presto.

Andiamo avanti veloce durante una generica sottotrama, che nel giro di un paio di volumi infila: dolce, ingenua fanciulla salvata da Guts dalle grinfie di sozzi vecchiacci sessualmente minacciosi (tre volte); dolce, ingenua fanciulla che scampa per un pelo, stranamente con le sue sole forze, a uno stupro (due volte); famiglia nella quale un padre violento picchia la moglie/schiava e la figlia anche in mezzo a una strada senza che nessuno – neanche il nostro eroe – abbia nulla da obiettare (due volte); dolce, ingenua fanciulla affascinata dal nostro eroe tanto da implorarlo di permetterle di seguirlo (due volte); Guts che regala alla fanciulla di cui sopra le sue perle di saggezza virile e le insegna come va il mondo (due volte); kattiva minorenne che viene ammazzata ma non prima di aver flirtato con Guts, ché il nostro eroe non uccide bambine innocenti ma solo puttane demoniache; dolce, ingenua fanciulla che nel momento più critico si siede e aspetta di morire, e deve essere incitata a reagire da un elfo uomo.
Nonostante tutto questo, Miura deve aver preso un colpo in testa perché miracolosamente decide di investire qualche pagina per approfondire un rapporto tra due donne. Si tratta di due ragazze provenienti da famiglie problematiche e unite da una profonda amicizia, che si complica nel momento in cui una delle due diventa una creatura delle tenebre per sfuggire agli abusi domestici. E’ la prima occasione in cui Berserk supera pienamente il Bechdel test e di misura il Mako Mori test (al Volume 15… ), il primo momento nella serie in cui un personaggio femminile – addirittura due, in questo caso – viene approfondito per il solo gusto di farlo, e purtroppo anche l’unico in cui questo approfondimento abbandona i binari del cliché (donna come infermierina, oggetto sessuale, assistente o estensione di un uomo) per toccare diversi temi importanti quali l’amicizia attraverso ogni difficoltà, il senso di identità personale sotto la pressione per il cambiamento, la delusione dei sogni infantili. Perciò godetevelo finché dura: alla fin fine questa linea narrativa è solo un riempitivo, dal prossimo capitolo si torna alla solita solfa.

Nella fattispecie, questa sottotrama è servita per introdurre un altro personaggio femminile che diventerà presto parte del cast fisso di Berserk: lady Farnese, una bellona fotocopia fanciulla di nobili natali che è alla guida dell’Armata del Santo Sigillo. Ma mica per la sua competenza o per il suo carisma, cosa andate mai a pensare! Se fosse un’altra Casca saprebbe stare al suo posto ovvero il secondo nella linea di comando, e Miura le permetterebbe di sfoggiare una certa dose di competenza in punti non proprio schifosamente marginali della trama; ma una donna come leader ufficiale deve per forza essere un’inetta intossicata di potere, incapace di gestire il ruolo che le compete e a stento capace di reggere in mano una spada, che ha conquistato la sua posizione grazie a una felice combinazione di raccomandazioni (il padre è un pezzo grosso) e usanze secolari (il capitano dell’armata deve per tradizione essere una donna). In Farnese coesistono le due nature di puttana demoniaca e di ingenua cretinetti – non “dolce” solo perché è l’antagonista, almeno all’inizio della storia -, che lei nasconde malamente sotto una maschera da donna autoritaria; inoltre è una bigottona invasata dal fuoco della religione, una repressa che per hobby si fustiga a sangue, insomma una versione sessualizzata e più isterica della Umbridge.

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Nella logica di Berserk, dove il primo dovere di un personaggio femminile è essere utile allo sviluppo e/o agli obiettivi personaggi maschili, Farnese serve un primo momento a Miura per far vedere le tette fare della critica al fanatismo religioso attraverso la voce di Guts – proprio come quei pisquani tredicenni figli di papà trp trasgressivi.
Farnese e la sua armata infatti sono alla ricerca di Guts perché sono stati informati che intorno a lui si verificano molti eventi soprannaturali, e vogliono indagare sulla ragione di ciò. Una volta che l’hanno individuato, ancora ferito e provato dalla sottotrama di cui sopra, riescono pur con enorme sforzo a sopraffarlo e metterlo ai ceppi. Farnese insiste per interrogarlo personalmente, ma Guts non resiste alla tentazione di dare lezioni di vita e di religione pure a lei, illuminandola con la sua incredibile profondità di pensiero; lei, ottusa e permalosa all’estremo come tutti i cristianicattolici oltre che isterica come tutte le donne, perde la brocca e comincia a frustarlo a sangue (#3).
Proprio quando un certo turbamento cominciava ad affiorare in lei, ecco che viene interrotta e deve allontanarsi, lasciando Guts ai ceppi; ma è un errore, perché con l’aiuto della sua spalla elfica Guts riesce ben presto a liberarsi e, per coprire la propria fuga, pensa bene di metterla fuori combattimento e rapirla in qualità di ostaggio. Serpico, il fedele assistente della donna, si lancia al loro inseguimento. Ah, ho già detto che casualmente Farnese ha le tette al vento per tutto il tempo?
Quando rinviene, gettata di traverso sulla sella di Guts, Farnese reagisce nell’unico modo in cui reagirà per volumi e volumi ad ogni singola situazione vagamente stressante: sbrocca, come la donnicciola infantile che è. Guts ha il suo bel daffare per proteggerla dall’ennesimo attacco demoniaco random, dato che lei – cretinetti fino al midollo – si dimena come un’anguilla e fa di tutto per farsi ammazzare; lui continua imperterrito a proteggere la donzella indifesa affidatagli, nel frattempo regalandole numerose perle di Saggezza sulla Vita Vera(TM) in modo da chiarire oltre ogni ragionevole dubbio che Farnese, come tutte le donne che l’hanno preceduta, è una sprovveduta e un’ingenua in confronto al Vero Uomo, e tutto ciò di cui ha bisogno è una scopata delle lezioni di vita.
Nel mezzo dello scontro con il manipolo di demoni, Farnese cerca di acchiappare il cavallo di Guts e tagliare la corda; ma quello – perfino il cavallo, rendiamoci conto! – è posseduto da un demone e cerca di stuprarla. SIGH. Guts, manco a dirlo, salva la sua virtù e la sua vita con il suo enorme fallo la sua enorme spada.
Tra amputazioni e fontane di sangue, giunge l’alba e i demoni si dileguano. Farnese sta osservando quanto figo è Guts stagliato sullo sfondo dell’alba tra i monti, perché ovviamente tutte le donne in questo manga trovano Guts oltremodo affascinante, quando un demone di passaggio si impadronisce di lei e le sussurra all’orecchio le sue dolci paroline. Lei è stata una vittima in questo scontro ma non per questo è un’innocente, difatti quel turbamento che ha avvertito mentre fustigava Guts il giorno prima era nientemeno che lussuria: incredibile a dirsi, ma la nostra antagonista è una puttana demoniaca sadomasochista (quale novità), che reprime la sua vera natura sotto un manto di religione e autorità per nascondere a se stessa quel vuoto interiore che Guts ha messo così acutamente a nudo.

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Posseduta dal demone, Farnese dà quindi il via a uno di quei siparietti tetteculi pro fanservice dei quali sentivamo ormai la mancanza (?): si avvicina a Guts, lo lecca ovunque e cerca di farsi scopare a morte con la sua spada. Guts non ha intenzione di assecondarla neanche morto, e quando il demone finalmente lascia andare Farnese lei è talmente sconvolta e umiliata da ciò che ha fatto che ordina al suo assistente Serpico, nel frattempo sopraggiunto al galoppo, di far fuori Guts. Serpico, però, si rifiuta di farlo e tenta di spiegarle in tono pacato le sue ragioni – salvo essere interrotto da un ceffone di quella bambina frignona di Farnese, perfetta incarnazione della reazione-tipo di una qualsiasi donna alterata in Berserk: piangere a dirotto ed eventualmente, se proprio si è una “donna forte”, cominciare a menare le mani.
Alla luce anche del percorso narrativo di Casca e delle altre comparse, possiamo facilmente ricavare la morale di tutto ciò: a) una donna non è in grado di gestire in autonomia una posizione di autorità, e il suo stesso desiderio di potere è di per sé malvagio (eccezione che conferma la regola: l’infermierina abnegante, che non desidera il potere ed è pronta a destituirsi quando una qualsiasi persona più qualificata di lei, tipicamente un uomo, passa di lì); b) né una donna è in grado di gestire freddamente, o almeno senza piantare scenate isteriche, una situazione di stress a livello personale; c) anche al di fuori dell’ambito professionale, suddetta donna ha comunque bisogno che il Vero Uomo le dia lezioni di vita e le faccia scoprire la sua vera natura; d) se non siete delle timide verginelle che provano fondamentalmente terrore verso l’atto sessuale, siete Il Male incarnato.

Guts si allontana quindi indenne da Serpico e Farnese, e riprende la sua strada. Poco dopo, ecco che lo colpisce una visione di Casca che viene bruciata al rogo e chiede il suo aiuto; poiché nei fèntesi le visioni sono sempre, immancabilmente presagi di un futuro certo e solido come la roccia, e mai frutto dell’infausta decisione di mischiare alcol e psicofarmaci, Guts sa che deve tornare da lei per assicurarsi che sia tutto a posto.
Una volta raggiunto il rifugio della donna, Guts viene informato che lei non si trova più lì. Irato, attacca il ragazzino forse undicenne a cui aveva scaricato la patata bollente della malata mentale senza neanche un “grazie tante”. L’altra babysitter, una bambina ancora più piccola, reagisce proprio come appena sopra Farnese e prima di lei la stessa Casca: dapprincipio scoppia in lacrime mentre spiega a Guts che la colpa è sua, che Casca le è sfuggita mentre la portava a fare una passeggiata; poi si scaglia su di lui e lo tempesta di buffi, innocui pugni accusandolo di aver abbandonato Casca quando aveva più bisogno di lui. Guts desiste dai suoi propositi di violenza sui minori, e nel corso di qualche giorno trascorso a meditare nel rifugio si rende conto che Casca ha diritto a una vita propria al di fuori di un buco puzzolente anche se affetta da problemi mentali gli è stata lasciata dalla provvidenza autoriale perché potesse anche nella sua menomazione essere utile allo sviluppo del suo personaggio, e decide che non lascerà che le facciano di nuovo del male non la perderà di nuovo. Ché creare personaggi femminili è una rottura di palle, vediamo di spremere quel poco di utilità che ancora rimane a questo prima di farlo stuprare a morte come tutti gli altri.

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Ma dov’è finita Casca, la nostra damigella in pericolo che necessita di un Vero Uomo che la salvi?
A una distanza imprecisata da lì, Farnese – destituita dal suo incarico di dare la caccia a Guts a causa del suo fallimento – e la sua armata stanno scortando l’inquisitore Padre Mozgus nella sua caccia alle streghe, quando il loro cammino incrocia una processione di profughi di guerra/pestilenza/disastri imprecisati. I due gruppi si trovano costretti a procedere insieme per un certo tratto di strada.
Tra i profughi c’è anche un pugno di prostitute, capitanate dall’intraprendente Luca (una donna, non fatevi strane idee: è pur sempre Berserk); si tratta dell’altro personaggio femminile positivo con il ruolo del leader cui alludevo in precedenza. Miura deve proprio trovare fastidiose le donne in una posizione di autorità, perché le dipinge o come delle incompetenti che non meritano il loro ruolo, se negative (Farnese), o come delle mamme chiocce che vogliono solo aiutare gli altri e che nel momento dell’azione sono più che pronte a cedere la leadeship a un uomo, se positive (Casca, Luca), appoggiandosi allo stereotipo più muffoso pur di renderle meno proattive e minacciose. Luca in particolare ha il comando non di un’armata (di uomini) o di una banda mercenaria (di uomini), ma di quattro prostitute adolescenti rimbambite (donne); forse per questo la sua posizione è più solida e la sua autorità più indiscussa rispetto a quella di Farnese o di Casca, rispettivamente disprezzata dai suoi stessi uomini e usata come rimpiazzo temporaneo per il “vero” capo.

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Luca, dicevo, è una benefattrice che trova una muta con un’amnesia ed evidenti problemi mentali a bordo strada (vi lascio la sorpresa sulla sua vera identità… ) e se ne fa carico, nonostante gli stenti in cui lei stessa vive e nonostante i problemi che la ragazza le causa; ha come amante un soldato che ha intenzione di sposarla e la ricopre di bei regali, e lei insiste per dividerli equamente con le colleghe; sacrifica il suo profitto per le medicine di un’altra ragazza. La sua missione è far sopravvivere la squadra anche nel bel mezzo di una caccia alle streghe, e per farlo tutte le ragazze dovranno fidarsi ciecamente le une delle altre, sapere che tra di loro nessuna sarà privilegiata o lasciata indietro. Perché in Berserk l’unico lato negativo della prostituzione è la minaccia religiosa, ma lasciamo perdere, ché questa serie di articoli altrimenti non finirebbe più…
Come anticipato, Luca trova Casca che vaga a casaccio a bordo strada e decide di prenderla con sé, spacciarla per sua sorella, mantenerla e accudirla nonostante lei non contribuisca in alcun modo all’economia del gruppo – viceversa, entra a sorpresa nella tenda di Luca mentre questa sta lavorando spaventando a morte i clienti. Ma Luca è una dolce abnegante che “c’è sempre per aiutare gli altri quali che siano le circostanze”, ed è questo che la rende “forte” (sic):

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Perché tutti sappiamo che solo le donne giovani e attraenti vengono stuprate. Da notare anche i capelli di Casca, ora lunghi, segno esteriore del suo avvenuto ingresso nella schiera di quelle patetiche creature indifese altrimenti note come “donne”.
Andiamo avanti rapidamente mentre: un mucchio di donne nude viene torturato; un mucchio di eretici di mezza età e modelle adolescenti si danno alla pazza gioia sessuale, insieme al solito ibrido uomo/bestia al centro della festa (#3); un ingenuo ragazzotto viene indotto in tentazione dalla sua amante eretica e promiscua; una prostituta tenta di tradire il piano di Luca, ma lei la scopre e per punizione parte la seduta di spanking; degli uomini tentano di stuprare Casca (#4 per lei); Farnese riceve tante altre perle di saggezza virile da Padre Mozgus – perché è una donna, e in quanto tale non è capace di cogliere alcuna lezione di vita che non le venga cacciata a forza giù per la gola da un uomo; Farnese ricorda il suo passato di piccola sociopatica piromane, che riusciva a controllare la sua soggezione degli orrori soprannaturali solo appiccando fuoco agli eretici, e nel mentre si masturba. Perché ci mancava proprio un momento tetteculi essendo una donna la sua caratterizzazione non può prescindere dalla sua sessualità, che nella fattispecie è attiva e perciò satanica completamente scombinata: d’altra parte, è una kattiva.

Alla fine, il giorno che Luca temeva così tanto giunge e una delle sue protette viene arrestata dagli inquisitori. Mentre la stanno trascinando alla loro roccaforte per procedere con gli interrogatori, Luca si mette in mezzo e accusa i soldati di viltà e arroganza; proprio quando un soldato sta per insegnarle a restare al suo posto a colpi di frusta, ecco che Vero Uomo Guts compare a sorpresa per farsi bello salvandola dall’immeritata punizione. Sta cercando “una donna con un marchio sul seno”, e non appena sente queste parole Luca capisce che si tratta di Casca. Una volta che Guts ha finito di affettare il contingente di kattivi, Luca lo avvicina e gli confessa candidamente che la ragazza che sta cercando è con lei. Perché se un marcantonio dall’aria losca che come hobby spacca teste chiede in giro di una dolce malata mentale, il primo istinto di chiunque è di spiattellargli tutto…
Luca conduce quindi Guts alla propria tenda, dove aveva lasciato Casca sotto la sorveglianza di un’altra delle sue protette, Nina. Questa è una cretinetti senza spina dorsale che, spaventata dalla prospettiva di venire arrestata anche lei dagli inquisitori, decide di tagliare la corda un secondo dopo essere stata lasciata sola, e non riesce a costringersi a lasciare indietro l’indifesa Casca. Le due fanno appena in tempo a svoltare l’angolo, quando si imbattono in una manica di eretici kattivi che le rapiscono. Evviva, “damigelle da salvare”, che sottotrama fresca e originale per questo manga…

Guts divide il gruppo per cercare le ragazze, e la sorte vuole che sia Isidro a individuare le due donne nella grotta degli eretici (Isidro è la nuova spalla comica del gruppo, un insopportabile moccioso iperattivo che fa venire voglia di prenderlo a schiaffoni da mattina a sera). Quando il marmocchio le individua, Nina è sul punto di essere sacrificata alla dea maligna mentre Casca – che per via del marchio che porta è stata presa per l’incarnazione mortale di suddetta dea maligna – è stata vestita di tutto punto come la Madonnina del Cotechino il giorno della processione: la sua funzione nel rito è quella di, ohibò chi mai l’avrebbe sospettato, accoppiarsi con l’incarnazione mortale del dio, un uomo dalla testa di caprone (#4). Isidro capisce che non farà in tempo a tornare da Guts per avvisarlo prima che Nina muoia, perciò decide di mandare l’elfo Puck a chiamare i rinforzi mentre lui cercherà di impegnare i kattivi fino al loro arrivo. E così fa: solo contro una cinquantina di uomini adulti e incazzati come furetti, perfino Isidro ha il suo momento di gloria mentre difende strenuamente a suon di sassate le due donne dai brutti nemici puzzoni.
Morale di questo episodio: non c’è verso che una donna adulta e vaccinata riesca a sfangarla con le proprie sole forze una singola volta in Berserk, è proprio fuori discussione, perfino un ragazzino di dieci anni troppo debole per sollevare una spada è più qualificato di lei.

Avanti veloce durante l’ennesimo scontro sanguinolento tra Guts e chiunque si metta sulla sua strada. Vi basti sapere che: 1) Casca nel mentre viene quasi stuprata DI NUOVO (#5 per lei, #10 in generale) ma Guts la salva DI NUOVO (#7); 2) alla fine della fiera tutti i nostri eroi ne escono illesi ma le due donne cadono DI NUOVO prigioniere, stavolta degli inquisitori. Potrei vomitare…

Casca e Nina sono rinchiuse in una cella, quando due uomini vengono per prelevarne una a caso e scortarla all’interrogatorio. E’ l’occasione buona per umiliare quella codarda di Nina, che non strepita abbastanza quando Casca viene prescelta: le tocca quindi prendere il suo posto e andare per prima, perché è stata “debole” ed “egoista” e non ha mostrato sufficiente entusiasmo nel sacrificarsi per la propria compagna. Nonostante la ragazza si penta della propria viltà e si riproponga di essere forte “come miss Luca” e non mettere nei guai le proprie compagne con le proprie parole, la mera vista della stanza delle torture è sufficiente per farle aprire la bocca e vomitare finanche il nome del proprio orsetto di pezza preferito all’asilo. Che altro vi aspettavate, da una debole femminuccia come lei?
E ora, tavola bonus: donne nude torturate (#2)!

Nel frattempo, Farnese viene dimessa dal suo incarico (e due) e rimandata a casa su pressioni del padre, che come si diceva è un pezzo grosso capace di mobilitare anche le alte gerarchie ecclesiastiche. La ragazza la prende male e – al solito – schiaffeggia Serpico, secondo lei colpevole di essere una spia del padre.

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E’ il momento buono per analizzare brevemente la caratterizzazione di Serpico e il suo ruolo all’interno della storia.
Il ragazzo può a prima vista sembrare per Farnese quello che Casca era per Griffith, ovvero un assistente che ha fatto del proprio lavoro una missione di vita. Tuttavia tra i due c’è una differenza fondamentale: Serpico non ha annullato completamente la propria personalità per diventare un’estensione di Farnese – e questo nonostante lui sia ufficialmente di proprietà della ragazza, per via di un patto stretto quando erano ancora entrambi infanti e lei l’ha raccattato a bordo strada, l’ha portato nel proprio palazzo e l’ha curato dalla febbre che lo affliggeva con le proprie dolci manine femminili.
Il passato lacrimevole di Serpico viene esplorato in maniera più approfondita rispetto a quello di Casca; inoltre non esaurisce la sua funzione quando le strade del ragazzo e di Farnese si incrociano, ma ha delle ricadute a lungo termine anche al di fuori del suo rapporto con la ragazza. Serpico non si considera un oggetto nelle mani di Farnese, e neanche obbedisce sempre pedissequamente ai suoi ordini: quando non vuole eseguirli per qualche sua ragione personale non lo fa, e non cede nemmeno quando viene percosso; quando lei gli offre il suo amore e la sua vagyna demoniaca, lui la respinge; nonostante la sceneggiata della padrona e del servo, in più punti del manga viene fatto intendere che i due sono sullo stesso piano (“si sostengono a vicenda”) e se ne rendono perfettamente conto; inoltre in diverse occasioni Serpico prende delle iniziative personali che influiscono sulla trama anche in modo significativo. Il ragazzo ha una propria personalità che esprime con osservazioni brillanti, oltre che delle doti uniche che vengono esaltate più avanti nella storia con dei doni soprannaturali su misura.
Come Casca, anche Serpico non ha un vero arco narrativo proprio ma fa da supporto a quello di un altro personaggio (Farnese finché è kattiva, poi Guts: traete le vostre conclusioni). Tuttavia, Miura dà più spazio e più importanza alla sua individualità in quanto tale, non in quanto mezzo per far avanzare la storia o caratterizzare qualcun altro, di quanto faccia nel caso di Casca. Se anche non l’ha fatto di proposito per via del loro genere differente, la coincidenza è comunque significativa – soprattutto considerando l’andazzo generale di questo manga.

[3/4 – continua]

Il problema di Casca [II]

[segue da qui] Quella notte, mentre Charlotte dorme tranquilla al suo fianco, vediamo Griffith raggomitolato tra le coperte con le lacrime agli occhi. E dovremmo, boh, avere compassione di lui? Il povero stupratore che solo poche ore prima è stato indotto fisicamente e psicologicamente a… ? La situazione – se possibile – peggiora la mattina seguente, quando Charlotte si sveglia: è evidente che nella testa di Miura l’episodio della notte precedente è stato normalissimo e anzi una gran cosa, perché la ragazza è l’immagine stessa della serenità e dell’assenza di traumi psicologici. Di più, quando scopre che Griffith se n’è andato nottetempo quasi le viene un attacco di panico: per fortuna le ha lasciato sul cuscino un ciondolo e un fiore, che lei stringe al petto con aria sognante arrossendo in maniera kawaii. Ke karino, prima la stupra e poi tenta di comprare il suo silenzio la sua virtù cemento armato che produrrà invariabilmente fiotti di sangue una volta lacerata a forza. A questo punto Charlotte diventa letteralmente l’oggetto della contesa tra Griffith e il re. Il vecchio bavoso riesce ad acchiappare e far mettere ai ceppi il nostro eroe per il suo crimine, dopodiché si lancia in un discorso delirante dal quale emerge che Griffith ha fatto l’unica cosa che non doveva fare: toccare la femmina di sua proprietà, il suo soprammobile favorito, o per dirla con parole sue “portargli via il suo unico, tiepido fiore” (bleargh). L’aveva faticosamente allevata per diciassette anni così pura e casta, un delizioso souvenir della madre morta prematuramente, e ora Griffith gliel’ha “distrutta”! Che bambino cattivo, rompere i giocattoli degli altri così a tradimento! Griffith a questo punto insinua che il re abbia un interesse morboso per la figlia, al che il vecchio perde la brocca e lo frusta quasi a morte. Ma ovviamente quella volpe di Griffith ci aveva visto giusto: poco dopo, approfittando del fatto che Charlotte sta dormendo, il re la denuda e le mette le manacce addosso. Lei si risveglia quasi subito, solo per trovare il padre che le sbava – letteralmente – su una tetta: dopo un momento di panico, lo scaglia giù dal letto ululando e attende, nuda e tremante, che decida educatamente di andarsene. Lui non è di quest’idea, e si lancia di nuovo su di lei; per la seconda volta, Charlotte riesce a colpirlo e ad allontanarlo. Non che per questo si decida a cavargli gli occhi e metterlo fuori combattimento una volta per tutte, o a fuggire e mettersi in salvo: dopo che l’ha respinto se ne rimane lì a fissarlo indignata, sperando forse in una saetta divina che faccia giustizia lì e ora, finché lui per la terza volta torna all’attacco. Stavolta Charlotte, tra ruscelli di lacrime, invoca il nome di Griffith, e forse è questo a darle la forza necessaria per rifilare una pedata ben piazzata al vecchiaccio, che è costretto a ritirarsi con il sangue che scorre su metà faccia. La nostra si accascia a questo punto tra le lenzuola singhiozzando e invocando il suo amato, non sia mai che possa riuscire a tirarsi fuori dalle peste con le proprie forze una singola volta: il solo nome di Griffith ha più potere per salvarla da una situazione di pericolo di quanto lei da sola potrà mai sperare di avere in tutta la sua vita. Lo stesso Griffith che, ricordiamo, ha fatto la notte precedente qualcosa di molto simile a quello che è appena avvenuto. Ma Griffith è un bonazzo, e lei non stava chiaramente piangendo e dimenandosi come un’invasata, quindi probabilmente era ok. Anche perché questo episodio dimostra che per evitare uno stupro basta opporsi con sufficiente energia: se a Griffith ha solo detto di NO due (2) volte e poi ha subìto è chiaro che non era uno stupro. Giusto? Nel frattempo la Banda dei Falchi è stata chiamata da “Griffith” in un luogo isolato per un appuntamento misterioso; si tratta ovviamente di una trappola del re kattivo, che ha schierato dietro l’angolo tutte le sue truppe per massacrarli. Non appena si rende conto di quello che sta accadendo, Casca dà prova di grande presenza di spirito e comincia subito a organizzare le truppe per sfondare l’accerchiamento e mettere in salvo quanti più Falchi possibile. Ci riuscirà o no? Non lo sapremo di certo ora, perché il capitolo si interrompe con un bel cliffhanger per passare all’ennesimo duello di Guts. In fondo, a chi interessa davvero vedere Casca in azione che scalcia culi e salva la baracca? Di certo non al signor Miura. Un anno dopo ritroviamo una Banda decimata e malmessa ma ancora unita e libera, solo grazie al sangue freddo e alla prontezza di cui Casca ha dato prova durante l’imboscata. Per questo motivo, e presumibilmente perché non c’era nessun uomo vagamente qualificato in circolazione che potesse soffiarle il posto, Casca ha assunto il comando dei Falchi. Finalmente un’occasione per lei di assumersi un ruolo autonomo, di brillare di luce propria e non riflessa, di non fare sempre il galoppino senza cervello dell’uomo di turno… e lei la sfrutta nel modo più cliché possibile, come anche farà più avanti l’unico altro personaggio femminile positivo in una posizione di leadership: da brava balia asciutta non fa nient’altro che “prendersi cura” (sic) degli uomini a lei affidati, senza un guizzo di ambizione ma con tanto impegno che casca (ah-ah) addormentata sulla cena. Il suo camerata Judeau deve ricordarle di mangiare e dormire e farle una bella lezioncina sul dividere le responsabilità tra camerati, ché è pur sempre una donna: quando c’è da fare da babysitter e organizzare la casa squadra non la batte nessuno, ma qualcuno deve ragionare per lei e aiutarla a gestire il suo ruolo di capo. Ma perché la Banda dei Falchi è stata accantonata dalle scene per ben un anno, ed è tornata improvvisamente alla ribalta proprio adesso? Sarà mica perché Casca, dopo essersi limitata a barcamenarsi a testa bassa per tutto questo tempo, senza compiere nulla per cui Miura abbia ritenuto di sprecare una goccia di inchiostro, finalmente è sul punto di alzare la testa e regalarci un’impresa esaltante sullo stile di Guts o Griffith? O sarà forse perché un uomo a caso sta per tornare a sorpresa “sorpresa”, e rendere di nuovo interessante e degna della nostra attenzione questa sottotrama? Se avevate ancora qualche speranza di redenzione per il personaggio di Casca, è il momento giusto per abbandonarla una volta per tutte. La notte stessa, infatti, una banda di uomini dalle fattezze vagamente mediorientali (= kattivi) attacca l’accampamento: Casca organizza su due piedi un piano di difesa e si lancia lei stessa nella mischia, solo per venire messa all’angolo con una facilità imbarazzante per l’ennesima maledettissima volta e per venire salvata per l’ennesima maledettissima volta dal Vero Uomo Guts. E con questa fanno #4 volte che lui la salva, ma #7 volte che Casca viene salvata da un uomo assortito – due delle quali da uno stupro. Un personaggio femminile forte, non c’è che dire… 19 Non dice sul serio, altrimenti lui non avrebbe più niente da fare in questo manga. Gli ex compagni accolgono Guts con grande affetto e lo aggiornano su ciò che è accaduto durante l’anno in cui Casca è stata alla guida dei Falchi. L’eroica impresa della donna durante l’imboscata viene quindi liquidata in numero una (1) tavola, tra spiegoni e flashback (bisogna risparmiare spazio per i duelli da 140 pagine di Guts!). Veniamo poi a sapere che Casca è uscita dall’imboscata con gravi ferite che le hanno causato febbre alta e delirio, durante il quale invocava alternativamente i nomi di René e Gianfranco Fini Griffith e Guts, cioè le uniche due persone che monopolizzano i suoi pensieri e governano la sua vita anche in wireless. Judeau fa poi notare a Guts che Casca tende ad addossarsi sempre personalmente ogni responsabilità, e questo è tanto più duro da quando è alla guida dei Falchi: ora che è tornato, Guts dovrebbe proprio trovare il modo per cercare di alleggerire questo suo fardello. Se pensate che si stia andando a parare sul Vero Uomo che assume il posto di comando che gli spetta facendo al contempo un favore alla sua provvisoria sostituta, per una volta sbagliate: si sta andando a parare sulla donna che fa la tosta e cerca di darsi un tono professionale, ma in realtà ha solo bisogno di una scopata. Casca chiede a Guts di seguirla in luogo isolato, sul ciglio di una scarpata, presumibilmente per un chiarimento in merito al suo improvviso ritorno. Una volta lì, però, si comporta come la stupida femmina impulsiva che è: invece di discutere con calma i suoi problemi, si fa prendere dai sentimenti e sfodera la spada (ornata da un delizioso cuoricino kawaii <3), poi si lancia su di lui. Lui non vuole combattere, e si limita a schivare mentre chiede lumi sulle ragioni del suo isterismo; “non sottovalutarmi, sfodera la spada!” ulula lei, un momento prima di inciampare sul piede di Guts e atterrare di faccia. A questo punto Guts esige una spiegazione. Casca, per la seconda volta in nove volumi, incapace di gestire i propri sentimenti in modo razionale scarica genericamente la colpa di “tutto questo” su Guts prima di lanciarsi di nuovo all’attacco. Guts la immobilizza con una mano sola e le chiede di approfondire il suo punto: messa alle strette, Casca confessa che se non fosse stato per il suo abbandono Griffith non sarebbe caduto in depressione, non avrebbe fatto cazzata e sarebbe ancora il capitano della Banda, e tutti sarebbero felici e contenti nel mondo dei Miei Mini Pony. Circa. 20 No Casca, quella sei tu. Difatti, già che siamo in argomento di “sterili piagnistei”, Casca apre il proprio cuore a Guts: come ormai chiunque aveva indovinato lei non vorrebbe limitarsi ad essere la spada di Griffith, vorrebbe essere il suo Tru Wuv 5evar e “prendersi cura di lui come una donna” (sic), ma dal momento che l’ambizione di Griffith lo avrebbe condotto di sicuro tra le braccia della principessa Charlotte ha sempre represso questi suoi sentimenti, limitandosi a servirlo come uno strumento. Perché un uomo non può sposare una donna per ragioni di comodo ma stimarne o addirittura amarne un’altra, giusto? Nel momento in cui Guts ha abbandonato Griffith, però, Casca si è resa conto che l’unica persona di cui a Griffith importa qualcosa è Guts, e non certo lei. Sopraffatta dal dolore che questa consapevolezza le provoca, Casca perde ogni voglia di vivere: 21 Ha una banda di mercenari ai suoi ordini, è riuscita a gestirla in maniera apparentemente impeccabile per un anno e a parte tutto è una guerriera navigata e competente, ma niente di tutto questo le dà la minima prospettiva per il futuro. Perché se non puoi essere utile a un uomo, qual è il tuo scopo nella vita? Sull’orlo dello strapiombo, Casca si lascia cadere all’indietro con l’intenzione di farla finita: tanto è tornato Guts, ci penserà lui ad assumere la guida della baracca. Lui ovviamente non è di quest’idea, e riesce ad afferrarla al volo e a trarla in salvo. 22 “Devi pensare a quello che fai”, ovvero l’osservazione che viene rivolta a Casca (e solo a lei) ogni quindici minuti circa. Donne! A questo punto, l’improvvisa consapevolezza che Guts le ha salvato la vita per la fottiliardesima volta un altro uomo è interessato a lei restituisce a Casca il suo scopo nella vita, ovvero essere di proprietà di qualcuno. In preda al delirio ormonale che imperversa perenne nel cuore di ogni donna, si lancia tra le braccia di Guts piangendo a dirotto, commossa dal fatto che l’abbia salvata anche se per farlo ha dovuto usare un braccio ferito e sanguinante. Xkè lui sanguina sempre x lei!!1 A questo punto Miura ha ormai imboccato la china del capitolo “tru wuv 5evar”, e nessuno lo fermerà: Casca e Guts decidono finalmente di dare sfogo all’amor che covava da secoli nei loro cuori, e nel giro di una pagina passano dal timido bacio a stampo al rotolarsi nudi per terra. Guts, che a differenza del suo compare Griffith non è un completo alienato sociale, nota che Casca trema e ha gli occhi lucidi e ha la buona grazia di chiederle se c’è qualcosa che non va. Lei risponde che sente di stare cambiando e questo la disorienta, teme di aver vissuto fino a questo momento per un sogno che non era nient’altro che una bugia. Guts, forse messo a disagio da tutte queste osservazioni profonde in bocca a una donna, cambia discorso per farle notare tutte le cicatrici che ha sul corpo; lei si ritrae e afferma di essere pur sempre una donna. Premio in denaro a chi riesce a spiegarmi il senso di questa affermazione: è una donna e quindi è scortese farle notare tutto ciò che può renderla meno bellixima? O è una donna e non le piace che si osservi troppo attentamente il suo corpo nudo? O… boh? Ad ogni modo, non possiamo permettere che tutti quegli spunti di riflessione lanciati a Casca appena sopra possano farla sembrare troppo intelligente e troppo poco “donna”: si pone delle domande importanti su se stessa e sul proprio percorso di vita, ma mica è capace di rispondersi da sola, le si surriscalda il cervello! Ci vuole Guts per farle la lezioncina di vita, con le sue perle di illuminante saggezza virile – peraltro, un carpe diem per poveracci che non sfigurerebbe in qualche tumblr di hipster tredicenni. 23 Ed eccoti il contentino: non devi preoccuparti che tutta la tua vita sia stata una bugia e che tu sia in realtà una debole perdente, ti basti ripensare a tutte le volte che hai ottenuto un risultato personale con le tue sole forze ops, facciamo che un uomo decreta che sei “forte e intelligente” e questo risolve la cosa. In fondo l’ha detto Guts, e quando mai qualcosa che Guts ha detto si è rivelata una stronzata? Una volta rassicurata dal suo nuovo padrone sul fatto che è bella e brava e adeguata ai suoi standard, Casca decide che gliela può smollare. Dopo svariate pagine di posizioni artistiche ed espressioni sufficientemente comprese, manco a dirlo la cosa comincia a degenerare: poiché ogni singolo uomo in Berserk nasconde dentro di sé uno stupratore, Guts cade in quello che pare un (opportuno) stato di trance e inizia a fare del male a Casca. Lei gli chiede se per piacere può essere un po’ più delicato, tante grazie, ma lui non la considera neanche e continua a darci dentro. Lei piange, grida e ha del sangue che le ruscella dalla vagina, ma se ne resta lì a farsi stuprare in pose plastiche invece di rifilargli qualche colpo basso – come ha dimostrato di essere perfettamente capace nonché incline a fare – perché… ? Fanservice per disturbati? Alla buon’ora, Guts si blocca e lascia andare Casca. Forse perché la trance paracula è finita all’improvviso? Forse perché la sofferenza di Casca l’ha toccato? Ma neanche per il cavolo: Guts decide di mollare l’osso solo per via di un provvidenziale flashback che al volto di Casca sovrappone quello del suo io infante. Molto tempo addietro, infatti, Guts è stato venduto per una notte dal suo padre adottivo a un commilitone stupratore di infanti (nero, sarà un caso?). Questo è non solo l’unico stupro di un uomo che verrà rappresentato nell’intera serie, contro letteralmente decine di stupri di donne anche ripetuti sulla stessa vittima; non solo è lo stupro non di un uomo adulto ma di un bambino, per il quale l’umiliazione dell’atto è mitigata dalla sua presunta impotenza (le donne adulte invece vengono umiliate come routine); ma questo è anche l’unico stupro che secondo Miura è degno di avere ricadute realistiche e interessanti per l’arco narrativo della vittima anche a lungo termine, contro decine di stupri femminili buttati lì come sfondo, pretesto di trama o generica nota di colore – ma di questo parleremo meglio più avanti. Per il momento basti notare che Guts si ferma non per riguardo nei confronti di Casca, ma di (un ricordo di) se stesso. Nella sua trance da flashback, Guts ricorda una cosa che il suo padre adottivo gli disse una volta, e cioè che sarebbe dovuto morire alla nascita. Ancora sconvolto dalla raffinata metafora “Casca = se stesso infante”, Guts la afferra alla gola e tenta di strangolarla; prima di tirare il calzino lei riesce per fortuna a mormorare il nome di lui, al che Guts si riscuote dalla sua trance e la lascia andare. Con un filo di voce, Casca gli chiede il perché di tutto ciò; tremante e sconvolto, Guts risponde “non volevo farlo”… ma mica tutto il male che le ha appena fatto, cosa andate mai a pensare: “non volevo ucciderti, paparino”! Dal momento che Casca è appena stata stuprata e strangolata da un uomo che ama e di cui si fidava ma tutto l’orbe terracqueo gira intorno al Vero Uomo, accantoniamo per un momento la donna ferita gravemente nel fisico e nello spirito e concentriamoci sui veri problemi della vita: i sentimenti di Guts. In stato di shock, Guts vuota il sacco con una Casca debitamente composta e affascinata e le confessa sia lo stupro che ha subito da bambino, sia il conseguente omicidio dello stupratore mascherato da incidente di battaglia, sia l’omicidio accidentale del suo crudele padre adottivo. Dopo aver frignato a sufficienza, Guts si rende conto che forse anche Casca non è uscita così bene da questo incontro amoroso: mortificato, si decide a scusarsi. E’ stata tutta colpa sua, era la prima volta per Casca (vi aspettavate di meno?) e lui l’ha rovinata! E’ talmente sconvolto che versa perfino qualche virile lacrima, per la seconda volta da quando è in scena da adulto, se ben ricordo – con Casca siamo già a #13, per dire. Casca però non ha la minima rimostranza da fargli. Cosa vuoi che sia, in fondo è solo scampata per un pelo alla morte e ora ha ferite fisiche e psicologiche che si porterà dietro forse per tutta la vita – ma le uniche ferite che è importante esplorare sono quelle di Guts: non importa controllare che lei non abbia tre costole rotte, un trauma alla trachea e un’emorragia letale alla vagina, la prima cosa a cui porre rimedio è che Guts è triste per quello che è successo tra lui e suo padre. A ben pensarci è Guts la vera vittima della situazione, visto che molto opportunamente non riusciva proprio a controllarsi… ed ecco che Casca lo consola strofinandosi nuda su di lui 24 Guts cerca di allontanarla, con la scusa che il suo trauma psicologico riuscirà solo a rovinare la loro storia d’amore. Lei replica che non le importa perché ci tiene proprio a vivere sotto la costante minaccia di violenza: ora ognuno dei due conosce tutte le debolezze dell’altro e questo li rende uguali e legati dal destino 5evar, o qualcosa del genere. Guarda, questa cicatrice sul petto gliel’ha fatta lei! 25 Tutte quelle che mi hai fatto mezz’ora fa non erano abbastanza gravi, so che puoi fare di meglio del sangue che le ruscellava dalla vagina, senza alcuna esitazione apre le cosce e dà il via al secondo round con l’uomo che appena prima ha involontariamente perso la brocca, l’ha sopraffatta senza sforzo e l’ha quasi ammazzata proprio scopando. Tutto ciò perché Casca “vuole cambiare” (i proprio connotati?), “non solo lui può dare qualcosa a me” (percosse?) “ma anch’io forse posso contraccambiare”. Qui i casi sono due: o l’esperienza subita non ha ferito Casca in nessun modo né nel fisico né nella psiche, il che è una stronzata, o semplicemente a Miura non interessa esplorare queste ferite e le loro conseguenze. La violenza subita da Casca è importante solo nella misura in cui è un sintomo del turbamento psicologico di Guts, o alimenta i suoi sensi di colpa, e al di fuori di questi momenti viene trattata come se non fosse mai esistita. Lui è l’unico personaggio intorno a cui la narrazione viene fatta ruotare, lui è l’unico le cui ferite sono importanti e hanno delle conseguenze, e se per fargli ricevere assistenza e comprensione bisogna completamente eliminare le conseguenze che la storia ha avuto su Casca, poco importa. Lei non deve essere verosimile o approfondita per principio, dev’essere utile. Dopo che Miura ha glissato sul primo rapporto sessuale consensuale e quasi normale di questo manga, ritroviamo Guts e Casca che oziano l’uno sull’altra sdraiati a terra. Come anche nel caso di Charlotte e Griffith, dopo averci dormito su la donna è serena, radiosa e in gran forma, senza il minimo segnale di turbamento; in questo caso, una Casca deliziata e sorridente commenta che Guts a letto è così violento li stupri a sangue e poi li strangoli. Casca chiede quindi a Guts se lui abbia intenzione di tornare definitivamente con i Falchi, non solo fino a che non saranno riusciti a liberare Griffith dalle grinfie del re ma per sempre. Gli occhi della donna brillano come quelli di un cucciolo di cocker morbidoso, chiaro indizio del suo desiderio che lui risponda di sì, perché in fondo tutto quello che ogni donna vuole è un compagno di vita. Guts però risponde che questo ricongiungimento con la Banda è solo una situazione temporanea, poiché lui è intenzionato a riprendere la sua strada prima o poi. Poteva Casca reagire per una volta in modo misurato e ragionevole? Ovviamente no: la nostra isterica preferita prima gli getta una manciata di foglie in faccia (?) e poi lo attacca ululando e piangendo (#14), chiamandolo egoista e accusandolo di pensare solo a se stesso e di ignorare la sua stessa esistenza. Proprio adesso che pensava di aver trovato un nuovo uomo a cui fare da spalla, ecco che lui la scarica come un cane in autostrada! Eppure lo sa che il solo momento in cui Miura spreca del tempo su di lei è quando si rende utile a qualche uomo, che da sola/come leader non si merita neanche una miserabile sottotrama riempitiva! Nella sua foga ormonale, però, Casca aveva capito male: Guts sarebbe felice se lei volesse seguirlo, proprio come un cagnolino abbandonato desideroso di affetto, gli servirebbe giusto qualcuno che gli stiri le camicie in modo da poter continuare a stuprarla e a salvarle la ghirba in ogni singola occasione. Casca fa la ritrosa, ma in definitiva non aspettava altro che di sentirselo chiedere. 26 Ed ecco che gli uomini della Banda dei Falchi, dopo un anno sotto la guida di Casca nel quale sono, uhm, stati genericamente feriti e hanno fissato l’orizzonte con aria mesta, con il ritorno di Guts si decidono a fare qualcosa di degno di nota; nella fattispecie, a organizzare una spedizione di salvataggio per il beneamato Griffith, prigioniero nelle segrete di una torre al palazzo reale. Casca organizza il manipolo che parteciperà alla spedizione, poi monta a cavallo per assumerne la guida – e piange lacrime di sangue quando la sua vagina martoriata colpisce la sella. Ma è una scena divertente, ridete! 27 28 Una volta giunta in città, la squadra si accinge a penetrare nel palazzo attraverso un passaggio segreto. Guts se ne viene fuori con una delle sue solite idee da pirletti, e cioè che Casca essendo il capitano dovrebbe rimanere indietro; Casca gli dà neanche troppo sottilmente dell’innamorato dal cuore di panna, poi gli ricorda che il capo lì è lei e che si fa come dice lei. E poi insomma, lei con una spada in mano scalcia culi e tira giù nomi più della maggior parte degli uomini presenti: di sicuro riuscirà a comandare la spedizione con competenza ed efficienza “almeno a guardare le spalle” (sic) al Vero Uomo, no? Detto ciò, Casca guida la squadra attraverso un tunnel segreto fino in un mausoleo, dove il loro aggancio interno al palazzo li sta attendendo. Si tratta nientemeno che della principessa Charlotte – e della sua dama di compagnia, l’unico personaggio femminile che non sia un clone esatto della Donna Standard Di Bell’Aspetto. 29 Charlotte vorrebbe starsene lì a conversare tutta la sera, ma Casca taglia corto: hanno poco tempo e non possono sprecarlo. Il gruppo si avvia a passo rapido verso la cella di Griffith. Casca approfitta di questo momento morto per meditare su Charlotte. Nonostante sia la nobildonna più altolocata del paese, e nonostante come tutti sappiamo le donne siano tutte vipere che non aspettano altro che di saltare l’una al collo dell’altra, Charlotte è stata molto gentile con Casca e sembra una ragazza a posto. E’ davvero questo ciò di cui aveva bisogno Griffith? 30 La puttana maledetta che si annida nel cuore di ogni donna emerge a tradimento anche in Casca, per quanto ciò la disgusti: è più forte di lei, la gelosia è proprio inscritta nel suo secondo cromosoma X. Guardiamo invece con che naturalezza il Vero Uomo Guts non mostra alcuna gelosia nei confronti di Griffith per via di Casca. Non è che ci si impegni, è proprio un uomo naturalmente esente dal rancore ingiustificato nei confronti del proprio genere! Ma andiamo avanti con la storia. Il drappello si imbatte in una ronda: a sorpresa, Charlotte si fa prontamente avanti e liquida i soldati con una scusa a caso e un po’ di denaro, permettendo alla missione di proseguire. Che si stia finalmente trasformando in un personaggio proattivo attivo non disgustosamente passivo, inerte e in ultima istanza un peso morto? Cosa andate mai a pensare: appena la ronda gira l’angolo Charlotte si accascia sull’orlo dell’incoscienza, stremata dalla tensione di aver dovuto fare, uhm, quello per cui è stata addestrata sin dalla nascita? E non illudetevi che sarebbe mai riuscita a compiere un’impresa tanto colossale con le sue sole capacità: “Sir Griffith mi ha dato la forza per farlo”, sostiene. Il gruppo riparte, e Guts propone scherzosamente a Casca di tenersi per manina. Lei lo spintona via e se ne va, salvo poi rallentare, acchiappare un angolino del suo mantello e farsi condurre così, imbronciata. “Come un bambino sperduto”, commenta Guts; la storia della sua vita, direi io. Finalmente, la squadra arriva all’ingresso della torre in cui è detenuto Griffith. Casca dice alla principessa che ora se ne può tornare al sicuro nei suoi appartamenti, ma Judeau la prende in disparte e le fa notare che se le cose si mettessero male Charlotte potrebbe rivelarsi un ostaggio prezioso. Charlotte stessa insiste per continuare a seguirli fino alla fine: 31 Perché “tutto quello che vuole è servire Griffith-sama 5evar come una donna essere con Griffith”, lo sconosciuto che ha conquistato con la forza la sua virtù (= il suo cuore) nel giro di una notte, e al diavolo tutto il resto. Da notare anche che Charlotte non è mai uscita da palazzo, non sa tirare di spada, non sa andare a cavallo, non sa dare un ordine a due (2) guardie pezzenti senza svenire… viene da chiedersi se abbia passato gli ultimi sedici anni della sua vita a fissare un muro dalla mattina alla sera. Casca le spiega con calma il motivo per cui non può accompagnarli, e cioè che se la fuga riuscisse verrebbero accusati non solo di aver fatto fuggire un criminale ma anche di aver rapito l’erede al trono e la reputazione di Griffith ne rimarrebbe per sempre compromessa. Poiché tra Charlotte e Casca il ruolo della donnina emotiva spetta a Charlotte, a questo punto tocca a lei avere una crisi isterica degno del peggior poppante lagnoso dell’asilo di Brusagnolo di Sotto, con tanto di lacrimoni e strida belluine – così, tanto per allarmare ogni singola guardia nel giro di trenta chilometri. Casca non ha altra scelta se non cedere alle richieste della piccola terrorista; ad ogni modo, le fa notare, non dovrà più urlare e se colui che possiede l’autorità definitiva ovvero l’uomo Griffith deciderà che non può seguirli nella loro fuga, lei non lo farà. 32 Casca però non può mica uscire da questo scambio di battute come una leader razionale e padrona di sé, Dyo ce ne scampi. Ciò che ha detto a Charlotte è ragionevole, ma non è quello che pensa davvero: in fondo al suo cuore voleva solamente una scusa per impedire a Charlotte di ricongiungersi con Griffith, la puttana maledetta. Quando Guts le chiede la ragione del suo evidente turbamento lei gli risponde più o meno quanto sopra, ma appena queste parole lasciano le sue labbra si rende conto di aver fatto cazzata: aveva appena rimediato un nuovo padrone, ed ecco che gli parla di quanto è ancora affezionata a quello di prima! Come osa dividere la sua lealtà tra due uomini! Casca cerca frettolosamente di scusarsi, ma ormai il danno è fatto e Guts, offeso come GL interrogato sulle sue preferenze sessuali, le ricorda di lasciar fuori i sentimenti personali da questa missione e si sottrae di malagrazia alla sua mano. A Casca non resta che scusarsi con lui per avergli detto la pura e semplice verità. Alla buon’ora si viene al sodo, e i nostri eroi penetrano nei sotterranei della torre. Per farla breve, riescono a recuperare un Griffith ridotto a relitto umano a suon di torture, poi si guadagnano l’uscita grazie a Guts, che fa a pezzi decine e decine di uomini del re. A questo punto, il vecchio bavoso è talmente disperato che decide di giocarsi l’asso nella manica, una squadra di cinque assassini prezzolati (POC, sarà un caso?) composta nel modo standard di Berserk: come i Puffi, tutti uomini diversi il più possibile l’uno dall’altro e una singola donna, opportunamente di bella presenza e con le poppe al vento. Segue un combattimento in cui Charlotte incredibilmente si rende utile una (1) volta, manco a dirlo in qualità di sacrificio, beccandosi il proiettile avvelenato destinato al suo amato; dopodiché, incapace di reggersi in piedi e bisognosa di un antidoto al più presto, viene rilasciata dai suoi presunti sequestratori e scortata di nuovo tra le grinfie di suo padre da evil!Puffetta. Il combattimento prosegue e viene in definitiva vinto dai nostri eroi (che sorpresa), per una volta senza che sia Guts a prendersi tutto il merito: alla vittoria contribuiscono in egual misura un’idea geniale di Casca Judeau, il prezioso bagaglio di esperienze di Casca Pippin, l’acuto spirito di osservazione di Casca Griffith – perfino il relitto umano incapace di parola e movimento le passa avanti, rendiamoci conto… Mandiamo avanti veloce mentre i nostri intrepidi eroi fuggono dai segugi che il re ha sguinzagliato sulle loro tracce, ché tanto è sempre la stessa solfa: Guts che da solo uccide miliardi di nemici; un’ammucchiata di disinibite fotomodelle scandinave unte d’olio che si accoppiano con una creatura dalle fattezze tra l’uomo e la bestia (#2 finora nella serie); stupro (#2) e smembramento (#2) della generica dolce cretinetti. Immagino che internet negli anni novanta fosse troppo povero di porno deviato per i fan di Berserk… Finalmente, gli inseguitori li raggiungono – nonostante alcuni miracolosi colpi di genio di Casca che, tramite alcune trappole ben piazzate lungo la strada, riesce a decimarli – e ha inizio l’ennesimo duello tra Guts e il kattivo demoniaco di turno. Come al solito Guts inizialmente le prende, talmente forte da perdere per un attimo i sensi. Casca accorre e schiaffeggia piangendo (#16) il suo corpo inerte, disperata dinanzi alla prospettiva di finire di nuovo nel canile municipale: 33 Ma ecco che il nemico demoniaco la agguanta e… le strappa i vestiti di dosso? E la stupra con la sua lingua fallica? Seriamente, cosa sto leggendo? Ogni volta che Miura vuole creare una situazione drammatica per Casca, c’è di mezzo un (tentato) stupro da parte del kattivo di turno e un salvataggio all’ultimo da parte del primo uomo che passava di lì: siamo già alla terza situazione di questo tipo per lei, la quarta se contiamo anche lo stupro subito da parte di Guts, nel giro di sei volumi. E la cosa non si limita a lei: anche l’unico altro personaggio femminile che possiamo considerare parte del cast principale, Charlotte, ha subito almeno un tentativo di stupro in scena. In generale, se sei una donna in Berserk puoi aspettarti di finire prima o poi – più prima che poi – stuprata dal primo stronzo che passa, con tanto di primi piani dell’atto e tavole artistiche, perché in fondo uno stupro è sempre un gran bello spettacolo, no? Prova ne è che quando una donna viene presa di mira da un antagonista, lo stupro è sempre la prima se non l’unica opzione contro di lei; quando un uomo è nella medesima situazione, viene picchiato e torturato e spellato vivo ma Dyo ci scampi dalla violenza sessuale, potrebbe risultare effettivamente disturbante e non più esteticamente eccitante per il lettore-tipo (uomo etero cis). Qui il kattivo poteva muovere letteralmente qualsiasi genere di azione verso Casca, tanto il suo abuso serve solamente come intermezzo mentre Guts si appresta a salvare la sua amata (#6 per lui e #9 per lei, dei quali #3 salvataggi da violenza sessuale) dopodiché finirà nel dimenticatoio, senza nessuna conseguenza su di lei. Tuttavia, lo stupro ci permette di osservare una volta di più quanto è sexy Casca quando viene stuprata, quando sono sode le sue tette e quanto geme bene. Lo stupro in Berserk non è un’esperienza significativa nel suo orrore ma una cosa banale, addirittura ripetitiva e noiosa; viene feticizzato e utilizzato per la sua valenza estetica, non perché aggiunga qualcosa alla trama o ai personaggi. Sotto questo punto di vista, Miura è tale e quale a Ghirardi. [2/4 – continua]

Il problema di Casca [I]

Per essere la proprietaria di un lit-blog fighetto con manie di grandezza, mi sono resa conto di essere deplorevolmente ignorante in fatto di manga. Decisa a rimediare a questa grave mancanza, mi sono fatta consigliare in merito e mi sono procurata in tutta fretta qualche pietra miliare del genere. Oggi voglio parlare della prima della lista, ovvero Berserk di Kentaro Miura.
Questa però non sarà una recensione del manga nel suo complesso, solo un’analisi di quello che è per me il più grosso problema di Berserk (come anche di troppa narrativa contemporanea): per quello che viene da più parti definito “il miglior manga fantasy in circolazione”, se non il miglior manga in assoluto, la rappresentazione dei personaggi femminili è una cosa penosa.
Siamo al livello non dico de Il Libro del Destino – Eynis, per quanto imbevuta di valori maschilisti, almeno partecipa attivamente allo svolgimento della trama – ma proprio di Wunderkind, o Bryan di Boscoquieto. L’unico motivo per cui i personaggi femminili sono inseriti nella trama è fare da scaletta ai personaggi maschili: aiutarli nel raggiungere i loro obiettivi, fornirne loro di nuovi o creare pretesti per la loro evoluzione caratteriale, in ogni caso contribuire all’arco narrativo di uno o più personaggi maschili senza svilupparne uno indipendente per se stesse. Man mano che si prosegue nella serie c’è un vago miglioramento, in parallelo a un graduale ampliamento del cast femminile, e così su due piedi mi vengono in mente forse due eccezioni alla regola… ma sono, per l’appunto, eccezioni, sottotrame che vengono presto fatte cadere o deviate nel modello di cui sopra. Al momento, con 37 volumi a disposizione, la trama gira ancora tutta intorno agli obiettivi e alle azioni degli uomini.
Se a questo punto state pensando “E questo per te sarebbe un problema grave? A chi interessano i personaggi femminili proattivi e con un arco narrativo indipendente, quando ce ne sono di maschili?”, quella è la porta.


Per poter meglio chiarire il mio punto, da qui in avanti dovrò fare alcuni spoiler anche su passaggi rilevanti per la trama: se non avete ancora letto il manga e non volete rovinarvi la sorpresa, non leggete. Da qui in avanti inoltre, a meno che non lo affermi esplicitamente, per me “quasi sempre” è “sempre” e un’eccezione conferma la regola: non perdete tempo a commentare, se volete farmi notare che la mia argomentazione basata su dieci citazioni non è valida perché un’undicesima (e solo quella) la contraddice.


Il primo volume si apre con il nostro protagonista, Guts, alle prese con la prima rappresentante di una categoria molto gettonata tra le comparse femminili in questo manga: quella delle puttane demoniache.
La puttana demoniaca è solo ed esclusivamente una donna, e per la precisione la sorella figa di Megan Fox: un volto botticelliano sul corpo di una fotomodella ventenne. Il suo patto con Il Male comprende poteri sovrannaturali e una ragguardevole dose di zoccolaggine, per il sollazzo dei funz. Dopo un siparietto erotico che esplicita tutta la sua puttanezza, la puttana demoniaca dà sfogo anche alla propria demonicità e per tutta risposta viene trucidata dal nostro tra fontane di sangue. D’altra parte, è pur sempre una donna: secondo voi, quante di quelle battaglie epiche da tre volumi di cui Berserk ha fatto un’arte saranno dedicate a un nemico donna?

Entro la fine del primo volume, Guts si imbatte anche nella seconda (e ultima) grande tipologia di comprimario donna in Berserk: la dolce, ingenua stupidina. Tranne un paio di eccezioni, ogni singolo personaggio femminile che incontreremo sarà incasellabile in una di queste due categorie; non solo, ma anche all’interno di queste categorie si riscontra un’uniformità fin nel disegno che nei comprimari maschili manca del tutto. Guardiamo ad esempio i principali comprimari uomini che compaiono nel solo Volume 1:

123

456

E ora guardiamo gli unici quattro comprimari femminili che compaiono dal Volume 1 al 6:

7 8

9 10

Seriamente, potrebbe essere la stessa ragazza con quattro parrucche diverse.
In Berserk il problema non è tanto la scarsità di personaggi femminili, che un autore pigro può facilmente giustificare con l’ambiente maschilista e di guerra mercenaria in cui si muove il protagonista: il problema è il piattume, la banalità, la poca cura investita nella manciata di donne presenti (e ancor di più il loro ruolo narrativo sistematicamente subordinato a quelli maschili, ma ne parleremo più avanti). Tutte le donne, dalla co-protagonista alle comparse più pulciose, anche in tavole doppie in cui compaiono venti e più personaggi femminili tutti insieme, sono belle della stessa bellezza standard e hanno tutte lo stesso fisico standard da modella. A confronto con la grande varietà grafica dei personaggi maschili, questo piattume tra le donne fa pensare a una scarsa cura: qui ci mettiamo puttana demoniaca #2, qui dolce cretinetti #5, senza il minimo interesse a esplorare l’individualità di questi personaggi, solo perché devono svolgere un certo ruolo predefinito e far procedere la trama in una certa direzione; se nel frattempo sono gradevoli alla vista, tanto meglio.

E questa uniformità non si realizza solo dal punto di vista grafico. Torniamo alla nostra dolce, ingenua stupidina del Volume 1, prototipo di tutte le dolci stupidine che seguiranno (tutte rigorosamente donne anche loro): una candida preadolescente che arrossisce a più riprese in maniera trp kawaii, ha la lacrima facile quanto Nihal la settimana prima delle mestruazioni ed è drammaticamente ingenua delle cose del mondo. Il suo ruolo nell’economia del manga è quello di venire posta per mano dell’eroe dinanzi all’orrore della Vita Vera(TM) e alla Dura Realtà delle Cose(TM), fare una cosa talmente cretina che stento ancora a crederci e come risultato finire trucidata nel modo più disgustoso possibile, in modo da sgomentare adeguatamente il lettore e inculcargli la lezioncina del giorno sulla Vita Crudele. O una cosa così.
Questa stupidina in particolare è una pedina senza neanche uno straccio di background, a differenza della sua fotocopia di nome Theresia che compare nel Volume 2, alla quale Miura si è per lo meno degnato di dedicare una manciata di tavole di approfondimento: Theresia è orfana di madre e una moderna Rapunzel, ansiosa di fuggire dalla gabbia dorata in cui un padre inquietante l’ha rinchiusa sin dall’infanzia… e qui finisce il contributo originale di Theresia alla categoria, dal momento che anche lei – ancora tutta avvoltolata nella bambagia glitterosa di un’infanzia innocente – viene posta dinanzi alla Dura Realtà delle Cose(TM) in seguito alle azioni del nostro eroe, ha una crisi di nervi da manuale, piange il più possibile e scampa per un pelo alla solita morte disgustosa. Che sorpresa.
Ben diverso è il trattamento che nel frattempo viene riservato ai personaggi maschili: suo padre il Conte, pur essendo un generico antagonista con impatto minimo sulla trama, ha una storia personale relativamente originale, che viene esplorata con cura e in modo da suscitare empatia – anche troppa, considerando che la colpa del tutto viene fatta ricadere sull’ennesima puttana demoniaca -, una storia nella quale lui stesso è l’attore principale, costretto a compiere scelte drammatiche che cambieranno per sempre la sua vita e quella di chi gli sta accanto. In tutto ciò, Theresia è per lui poco più che un oggetto, un prezioso souvenir dei tempi felici da proteggere o un sacrificio per ottenere l’immortalità. Ma il Conte oggettifica la figlia proprio perché è cattivo e ha una visione distorta del prossimo, giusto?
Sbagliato: quando Theresia non viene messa su un piedistallo dal padre, viene usata da Guts come scudo umano e, una volta esaurita la sua utilità drammatica, abbandonata dal signor Miura tra le macerie del suo palazzo – e nel dimenticatoio dei lettori per tutti i seguenti trentacinque volumi.
Come se non bastasse, il personaggio di Theresia verrà riproposto praticamente identico in Charlotte (Volume 6 e seguenti), dai piagnistei a ogni pié sospinto fino al padre molestatore, un tema a cui Miura sembra essere oltremodo affezionato. Perché in fondo chi ha voglia di perdere tempo per costruire background originali e diversificati per (urgh!) delle donne?

Si apre ora una lunga digressione sul passato di Guts; un passato debitamente sanguinoso in cui una madre adottiva fa la sua comparsa per qualcosa come tre tavole e mezzo, giusto il tempo di raccattarlo a bordo strada e poi levarsi opportunamente dalle palle morendo. Per essere certi che la signora non abbia la benché minima influenza sulla formazione di Guts, Shisu (questo il suo nome) non è solo una dolce stupidina ma pare proprio affetta da ritardo mentale, il che la rende per il gruppo di mercenari a cui si accompagna qualcosa di molto simile a un cane da compagnia.
Guts dunque cresce in una compagnia mercenaria, e dal momento che non è lui l’oggetto di questa mia analisi non mi soffermerò più di tanto sul suo passato. Quello che mi interessa è il suo primo incontro con quella che sarà la co-protagonista della serie, Casca, ovvero il primo – e unico, per una ventina di volumi circa – personaggio femminile che sia più di una comparsa da sottotrama loffia.
Casca fa parte di una compagnia mercenaria nota come “La banda dei Falchi”; di più, è la seconda in comando dopo il generale, Griffith (dopotutto, non sia mai che una donna possa primeggiare in un campo tradizionalmente maschile). Casca è (più o meno… ) una PoC, ed è sostanzialmente l’unico personaggio femminile che non si può in qualche modo assimilare alla puttana demoniaca o alla dolce stupidina. E’ una donna unica, ed è l’occasione che Miura aveva per creare almeno un singolo personaggio femminile proattivo e con un arco narrativo autonomo alla pari degli uomini. Un’occasione mancata in maniera imbarazzante, il che rende la delusione ancora più cocente: non è che Miura non avesse le capacità per creare un personaggio femminile interessante, ha proprio fatto di tutto per rovinare quel poco di buono che c’era.

Guts incontra Casca per la prima volta in combattimento. Alcuni dei Falchi hanno attaccato briga con Guts, e Griffith manda Casca a fermare la rissa. Casca, fresca e riposata e in sella a un cavallo, per prima cosa pianta un quadrello nel bicipite di Guts, che ha già dovuto scontrarsi con due cavalieri; dopodiché passa all’attacco – e viene messa all’angolo nel giro di poche mosse, tanto che toccherà a Griffith scendere in campo per salvarle il fondoschiena.
Con un singolo colpo.
Questa è un po’ la costante quando Casca si trova a fronteggiare qualcuno. Non importa quanto i suoi sottposti mostrino di tenere in alta considerazione la sua abilità di guerriera, o quanta fiducia Griffith riponga in lei, sono tutte parole: alla prova dei fatti, Casca prima o poi per un qualche motivo si ritrova sempre messa all’angolo e un uomo deve arrivare a salvarle la pelle. Cosa che, manco a dirlo, a Guts non succede quasi mai: uno dei grandi temi del manga è proprio il riuscire a superare ogni avversità, per quanto sembri in un primo momento insormontabile, grazie alla sola forza di volontà e determinazione. Se sei un uomo, beninteso.

Durante il suo primo scontro con Guts, Casca perde l’elmo ed è così che anche noi lettori veniamo a conoscere il suo volto:

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Ebbene sì, Casca è una delle bellone fotocopie di cui sopra. Una certa varietà estetica, un fenotipo non perfettamente caucasico o addirittura – Dyo ce ne scampi! – una fanciulla bruttina, era chiedere troppo. Di più, Casca non è stata solo benedetta da un bel viso ma anche il suo corpo, dopo anni e anni di duro lavoro mercenario, è qualcosa che Kate Moss si sogna la notte:

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Vogliamo forse perdere l’occasione di sfoggiare tanto ben di Dyo appena possibile? Ecco che la notte stessa Guts, caduto privo di sensi in seguito al combattimento e portato dai mercenari al loro quartier generale per la convalescenza, si ritrova con uno strano peso sullo stomaco. E’ Casca. Ed è nuda. E no, questa sceneggiatura non l’ha scritta Ghirardi.
Ma attenzione, non confondetela con la generica puttana demoniaca assetata di membro! Lei non voleva, l’ha fatto solo perché Griffith gliel’ha ordinato! Guts aveva perso troppo sangue, e insomma, “dare calore a un uomo è il mestiere di una donna” (sic), giusto?
A questo proposito, il tratto principale della personalità di Casca è la venerazione che mostra nei confronti di Griffith (non ricambiata, ci mancherebbe): la donna è il suo cane da guardia, lui la comanda a bacchetta e lei non fa niente per iniziativa personale, ubbidisce sempre e solo alle direttive del suo padrone. Se lui lo chiede, Casca non esita nemmeno a spogliarsi nuda e strofinare le pudenda sulla persona che più odia al mondo, Guts, colpevole di aver destato l’interesse personale di Griffith e perciò oggetto del suo odio più sfrenato – meglio: della sua invidia e gelosia, sentimenti tipicamente femminili tanto che quasi tutte le fanciulle ne cadranno preda prima del Volume 37, mentre nessun uomo (almeno tra i buoni) darà mai segno di provarli.
Tutto questo non tanto perché Casca condivida gli ordini di Griffith, o perché voglia conseguire un qualche risultato per se stessa: semplicemente perché ha deciso di consacrarsi anima e cuore a Griffith, di sacrificare la propria individualità e se necessario la propria stessa vita per permettergli di realizzare il suo sogno, di diventare uno strumento nelle sue mani. Indovinate quanti personaggi maschili in questa serie hanno annullato la propria individualità per permettere a una donna di realizzare il suo sogno?

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Uh, sì, e poi c’è anche il fatto che lui le ha salvato la vita quando era ancora una bambina e – guarda un po’ che sorpresa – un kattivo era sul punto di stuprarla. Non sei una (co)protagonista femminile completa se qualcuno non ha tentato di stuprarti prima o poi!
Per Griffith, Casca “ha sacrificato la sua femminilità ed è diventata un mercenario” (sic): poiché in Berserk c’è un unico modo di essere una Donna Vera tra i buoni, ed è da dolce cretinetti iperfemminile, è chiaro che Casca dovrà per contrasto diventare un uomo onorario – tagliarsi i capelli corti, indossare sempre i pantaloni, avere un’attitudine da acida bacchettona 24/7 e rinunciare a una vita sessuale. Tutto ciò la rende incredibilmente interessante e desiderabile rispetto alle altre donne in circolazione (Eynis, anyone?): è talmente fantastica che è quasi a livello di un uomo! Ovviamente non le si può chiedere troppo, perché dietro a tutte le sue arie da dura è pur sempre una donna e quindi congenitamente prona a piangere come un vitello e/o a piantare scenate isteriche cinque volte più spesso di qualsiasi altro membro della compagnia.

Casca è una delle pochissime donne in narrativa che ha le mestruazioni (kudos), e non semplicemente qualche goccia di sangue ma proprio dolori mestruali, debolezza, febbre e svenimenti (?), una cosa talmente drammatica da essere al limite della verosimiglianza, tanto più per una donna che si spinge regolarmente al massimo delle proprie capacità fisiche – e tutto questo la mattina di una grande battaglia. Lo scopo narrativo di ciò?

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Sarà forse per confutare i pregiudizi che il brutto ufficiale cattivo lancia in faccia a Casca? Per mostrare che anche le donne possono stringere i denti e portare a casa la vittoria, anche quando tutte le carte sono a loro sfavore, anche quando la loro sorte sembra segnata, proprio come Guts fa un volume sì e l’altro anche?
Ma neanche per il cavolo: Casca viene messa all’angolo in quattro e quattr’otto, e solo il provvidenziale intervento di Guts le salva le chiappe. Di più: la colpa di tutto ciò è della stupida femmina che non è capace di ragionare sulle cose.

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Per inciso, Guts sta denudando Casca perché per una volta tocca a lui ritornarle il favore: sono da soli in territorio nemico e lei è priva di sensi con la febbre alta, l’unica cosa che lui può fare è fanservice scaldarla col proprio corpo ignudo (?). Quando si rende conto che il malessere di Casca è dovuto alle mestruazioni, ha il buon senso di commentare che essere una donna non è proprio tutto rose e fiori; questo, poche tavole prima che Casca si svegli, si renda conto di essere ignuda e per tutto ringraziamento cominci a picchiarlo e a lanciargli le cose. Ma è un intermezzo comico, non vi preoccupate: il suo intervento di fare del male a un vero uomo è talmente patetico che fa ridere!

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Casca, ovviamente in lacrime, commenta che non ha scelto lei di nascere donna. Cioè isterica, debole, inadatta alla battaglia e incapace di ragionare freddamente sulle cose, come ci è stato sia detto che mostrato più volte finora: Casca è così non perché così è stato espressamente costruito il suo personaggio, è così perché è donna e tutte le donne sono così di default, senza alcuna possibilità di sfumature individuali. Il che sarebbe anche un’opinione perfettamente legittima, per quell’imbecille di Guts, non fosse che è l’unica opinione che ci viene presentata: le cose in Berserk stanno proprio così, non solo perché lo dice Guts ma perché niente e nessuno interviene mai a smentirlo.

Tant’è che, poche tavole dopo, Guts e Casca nel tentativo di ricongiungersi con le forze alleate vengono circondati dai soldati nemici e, di nuovo, Guts deve sacrificarsi – fino al punto di prendersi una bordata di frecce – per difenderla e permetterle di fuggire dal luogo dello scontro. Casca, dopo un buffering del cervello di tipo dieci minuti durante il quale se ne resta inebetita in piedi ad arrovellarsi sui grandi dilemmi dell’animo umano, si dà una svegliata e parte alla ricerca di una squadra di rinforzo con cui tornare a salvare Guts.
Vi pare che riuscirà a fare almeno questo? Vi pare male, ricordatevi che una donna (specie se con le mestruazioni) è la rappresentazione vivente dell’inutilità. Appena girato l’angolo, infatti, Casca si imbatte in una manica di aspiranti stupratori a piede libero.
No, giuro, non l’ha scritta Ghirardi questa roba.
Casca, indisposta e provata dal combattimento a cui è appena scampata, si fa atterrare su due piedi. Le sue braccia sono deboli, non riesce a raggranellare un grammo di forza per reagire… ma ecco che le tornano alla mente le sagge parole che Guts, il Vero Uomo, le ha rivolto pochi istanti prima! “Non sarà questo il posto in cui morirai”, “Torna da Griffith”, mica per te stessa, ma il tuo padrone non può permettersi di perdere la sua spada, no? E così Casca, galvanizzata dalle perle di saggezza maschile (lui sì che è capace di ragionare bene sulle cose!), trova la forza di scrollarsi di dosso un assalitore. Bel lavoro Casca, ne resta solo una dozzina – anzi, no, ecco che sono i rinforzi a trovare lei e a salvarle il fondoschiena! Ché se stavano lì ad aspettare la femmina…
In seguito a questa avventura il rapporto tra Casca e Guts abbandona i termini di un combattimento tra gattacci rognosi per diventare un cameratismo e una stima genuina, anticamera a quello che sembra il più classico dei canovacci delle fanfiction: prima si odiano, poi si amano, poi uno dei due muore di una morte tragica in modo da traumatizzare l’altro. Indovinate chi sarà a tirare il calzino?

Viene nel frattempo introdotto un altro personaggio, che ho già nominato in precedenza: la principessa Charlotte, unica erede al trono di Midland e dolce, ingenua stupidella da manuale. Affascinata come tutti dal bell’aspetto e dal carisma di Griffith, Charlotte non fa altro che inciampare per poi essere presa al volo, sospirare, tubare “Griffith-sama!”, ascoltare i pippozzi filosofici di Griffith a bocca aperta come una triglia e fargli dono di pegni d’amor per augurargli buona fortuna in battaglia. Lui si crogiola nella sua ammirazione, e considerato che in volumi precedenti ha detto chiaro e tondo che il suo sogno è conquistare una propria nazione e che farà di tutto per realizzarlo, qualcuno ha dei dubbi su dove questa cosa andrà a parare?

Passa il tempo, e mentre Griffith e Guts conseguono importanti obiettivi di vita e ci regalano perle di riflessione filosofica, Casca si fa vedere il meno possibile e quando è in scena si limita a fare il suo dovere. I combattimenti di Guts occupano tavole su tavole, mentre l’unica volta che Casca scalcia culi avviene per buona parte fuori campo. A una festa per un’importante vittoria della Banda Casca, costretta a presentarsi in abito da sera, ricalca le orme di Eynis:

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Guts comincia a provare dei sentimenti per Casca, ma quando il suo camerata Judeau gli chiede perché non si faccia avanti il Nostro risponde che è chiaro che Casca ama Griffith, e che lui non avrebbe nessuna chance di soffiargli la groupie. Questo triangolo amoroso trova una risoluzione drammatica nel momento in cui Guts decide di abbandonare la Banda dei Falchi per seguire la propria strada: Griffith, deciso a impedirlo, lo sfida a duello e, tra un primo piano di Casca angosciata in completo da Barbie Feste di Natale 1996 e l’altro, le prende.
Casca è dilaniata: se da un lato Griffith è pur sempre l’uomo a cui ha consacrato la propria esistenza, dall’altro è chiaro che una parte di lei ricambia i sentimenti di Guts. Dovrebbe forse smettere di fare il cagnolino da riporto di Griffith, e cominciare a decidere da sola della propria vita fare il cagnolino da riporto di Guts? E’ Guts a decidere per lei (ti pareva), piantandola in asso nonostante lei tenti di richiamarlo indietro.

Griffith è devastato dalla perdita del suo bff, e decide di consolarsi stuprando la dolce, ingenua Charlotte. Non credo che la cosa sia stata concepita da Miura in questi termini, ma voglio partire dalla definizione che il consesso civile dà di “stupro”:

Generally, rape is defined as sexual contact or penetration achieved:
1) without consent, or
2) with use of physical force, coercion, deception, threat, and/or
3) when the victim is:
i) mentally incapacitated or impaired,
ii) physically impaired (due to voluntary or involuntary alcohol or drug consumption)
iii) asleep or unconscious.

One of the most critical issues regarding rape is consent. Sexual activity should not take place unless both parties have freely given consent, and consent is understood by both parties.
1) silence does not mean consent.
2) if consent is given under duress (physical or emotional threats), then it is not given freely or willingly and sex with a person consenting under duress is rape
3) if someone is impaired due to alcohol or drugs, that person is deemed incapable of consenting and sex with that person is rape (even if the impaired person says “yes”)

Did both participants agree to engage in sexual conduct?
This area is often the hardest to determine. If physical force or threats were used to coerce someone into having sex, that sexual activity is rape. However, rape often isn’t violent. No means no, and silence does not mean yes. It doesn’t matter if you’ve had sex with the perpetrator before, or were married to him or her. If you’ve had sex before but do not consent the next time, yet your partner continues and has sexual activity with you, that is rape.  If you had already started, and then you say no, and your partner keeps going, that is rape. No means stop.

Vediamo precisamente che cosa succede: Griffith si presenta bagnato fradicio alla finestra di Charlotte nel cuore della notte, con gli occhi da spiritato, chiedendo che lo faccia entrare; lei, anima ingenua accecata dalla venerazione che prova verso di lui, gli apre la finestra e comincia a sparargli un pippozzo sui suoi lacrimevoli sentimenti di kogal. A questo punto lui, un adulto e tutto sommato uno sconosciuto per Charlotte, la mette a tacere conficcandole venti centimetri di lingua in bocca.
Dopo un attimo di shock lei si ritrae, ma lui insiste e le palpa pure le tette, per buona misura. A conferma della regola dello stalker per cui “se non le piace, insisti e le piacerà”, Charlotte a questo punto sembra cominciare a gradire la cosa:

17

Dico “sembra” perché Charlotte non esprime il proprio ipotetico gradimento della situazione con niente di più chiaro che la faccina qui sopra, che potrebbe essere sintomo di eccitazione tanto quanto di uno svenimento imminente; come vedremo appena più avanti, Miura molto probabilmente intendeva dipingere eccitazione e non paura.
Intendiamoci, non che a Griffith freghi davvero qualcosa se la ragazzina che sta slinguando a forza si sta godendo la cosa o no… infatti il nostro eroe a questo punto decide che s’è fatta una certa, ed è ora di dare un taglio a preliminari e prendersi ciò per cui è venuto: comincia a spingere di peso Charlotte verso il letto e, nonostante lei gli dica di NO per due (2) volte, fa orecchie da mercante e ce la scaglia sopra. Mentre Griffith si china su di lei Charlotte rimane immobile, paralizzata, gli occhi sgranati e l’intero corpo scosso da brividi. Lui constata deliziato il suo terrore, la palpeggia un altro po’ e quando lei fa una faccina (vedi sotto) che di nuovo potrebbe essere qualsiasi cosa, dal gradimento alle coliche renali, deduce che la cosa la sta eccitando e procede a impalmare sul posto il suo corpo inerte.

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Per tutta la scena Charlotte è stata reattiva come una sbarra di platino-iridio, senza apparente controllo sul proprio corpo, probabilmente paralizzata dal terrore, dalla confusione e dalla soggezione che prova verso l’uomo che venera, a stento capace di opporre un rifiuto verbale che verrà comunque bellamente ignorato; però noi lettori dovremmo prendere il fatto che è arrossita e tiene gli occhi socchiusi come un segno inequivocabile del suo consenso, e non di un molto più probabile stato di shock.

Myth The woman did not get hurt or fight back. It couldn’t have been rape.

Fact Men who rape or sexually assault women and girls will often use weapons or threats of violence to intimidate women. The fact that there is no visible evidence of violence does not mean that a woman has not been raped.
Faced with the reality of rape, women make second by second decisions, all of which are directed at minimising the harm done to them. At the point where initial resistance, struggling, reasoning etc. have failed, the fear of further violence often limits women’s physcial resistance. The only form of control that seems available to women at this point is limiting the harm done to them.
Many people who experience sexual violence describe freezing or feeling paralysed with shock or fear.

La cosa profondamente sbagliata in tutto questo non è lo tanto stupro in sé, che è comunque IC con il personaggio di Griffith, ma il teatrino che viene montato a beneficio del lettore per rendere meno disturbante la cosa – un teatrino che peraltro si fonda sull’assunzione (sbagliata) che l’eccitazione sessuale equivalga al consenso.
E’ chiaro che Charlotte non ha un briciolo della forza di volontà o della presenza di spirito necessaria per opporsi a Griffith, e lui è fermamente deciso a prendersi quello che sa di poter estorcere a una ragazzina suggestionabile, però prima dell’atto Miura si preoccupa di fargli constatare ad alta voce la (presunta, ripeto, perché non è che lei la esprima deliberatamente in alcun modo) eccitazione di Charlotte, che nella fantasia dell’autore immagino dovrebbe rendere questa scena… boh, non uno stupro? Perché non importa che Charlotte se ne stia inerte come un gatto morto e tremi in tutto il corpo, che opponga inizialmente resistenza sia al bacio che al rapporto sessuale, arrivando – non mi stancherò mai di ripeterlo – a dire di NO per numero due (2) volte, la cosa importante è che sembra genericamente sconvolta e a disagio: è un chiaro segno che lo vuole, e se le piace allora non è uno stupro, giusto?

Pare di no, perché dopo una breve occhiata nell’interrete ho constatato che una buona parte di lettori non ha considerato questa scena come tale. Molto spesso poi, in discussioni sulla consensualità o no di questa scena, salta fuori un utente scocciato perché il dibattito secondo lui è privo di senso, “trolling femminista” (sic) o cose così, dal momento che in fondo si sta parlando di personaggi fittizi.
Ora, personalmente non ho nessun tipo di problema se un autore decide a tavolino di creare un personaggio crudele, che non esita a manipolare e stuprare una ragazzina inerme per i suoi fini: non è qualcuno di cui mi piace leggere ma la letteratura è bella perché è varia, e a ognuno il suo. Quello che trovo preoccupante è che questa scena non sia (probabilmente) stata concepita né venga percepita come lo stupro che è, ovvero una situazione nella quale un personaggio usa la propria superiorità fisica e la propria posizione di vantaggio psicologico per avere un rapporto sessuale con un secondo personaggio, non consenziente, di fatto inerme nelle sue mani – per di più, nascondendo la propria bassezza dietro alla scusa che “lei lo voleva”.
Questo non è romantico, passionale, un peccato veniale: è un abuso e una violenza, ed è importante che venga riconosciuta come tale. I personaggi meschini, come le persone meschine, esistono e non è sbagliato crearli, ma è fondamentale chiamarli col loro nome.

[1/4 – continua]

Sabato, ore 17.20, biblioteca comunale.
Mi sto aggirando tra gli scaffali da sola, in cerca di qualcosa da leggere, quando due voci si avvicinano dall’ingresso: un uomo che bisbiglia e un bambino, o una bambina, abbastanza piccolo da ricordarsi di imitare il papà solo per una decina di secondi, prima di riprendere un tono di voce normale. I due oltrepassano lo scaffale che sto esaminando e si dirigono decisi in fondo alla sala, alla sezione dei libri per bambini/ragazzi.
Il bambino vuole, anzi, esige un libro “che fa paura”, ma deve farla davvero, mica ciufoli. Il papà gli porge quello che, a giudicare dai tre quarti d’ora che richiede l’operazione, è l’intero contenuto della sezione bambini riordinato per colore della copertina, ma il bambino non è soddisfatto, nessun libro a suo insindacabile giudizio fa abbastanza paura, è davvero Geronimo Stilton quello che vedo nelle tue mani, papà? Me stai a cojonà?
Avverto la fortissima tentazione di correre in soccorso del povero papà, ma mi trattengo, memore dell’atavico istinto omicida suscitato in me tutti gli esseri umani al di sotto di anni dodici. Qualcosa mi dice che, se finissi a percuotere il fanciullo in testa con un tomo di Rothfuss, il papà non la prenderebbe bene.
Infine, il bimbo si arrende, non capisco se da solo o sollecitato dal genitore che vuole porre fine a questa agonia: si fionda verso l’uscita a passo di carica, urlando con un vago isterismo nella voce che non vuole nessuno di quei libri e che non è colpa sua se non ci sono libri che fanno paura in questa merdos meravigliosa biblioteca di codesta fava. Il papà, senza fare una piega e incassando molta della mia stima, ribatte che inoltreranno a chi di dovere la richiesta di acquistare più libri che fanno paura.
Il bimbo sfreccia accanto allo scaffale che sto esaminando, fingendo enorme interesse per qualche Harmony demmerda con pirati unti e discinti sulla copertina.
Rallenta.
Volta minaccioso il capino.
Mentre cerco freneticamente di ricordare a quanti scaffali di distanza è situata l’opera omnia di Rothfuss, il bimbo mi punta deciso, si ferma a qualche passo da me e mi apostrofa con un “Signora?” che ha il potere di far comparire all’istante nella mia borsa una confezione di Tena Lady Niagara Edition.
Mi volto verso di lui. O meglio, verso di lei: è una bimba, è alta un metro a stento (quattro, cinque anni?), ha i capelli biondi-biondi-biondi ed è abbigliata con una invidiabile varietà di rosa e fucsia.
E nell’intera sezione ragazzi della biblioteca di Brusagnolo di Sotto, una collezione sopraffina che vanta tutte e ventordicimila le edizioni di Cuore, non ha trovato niente “che fa paura” a sufficienza per lei.
Sentendo già di amarla nel profondo del mio arido cuore, sfoggio il mio miglior sorriso e le rispondo: “Sì?”
“Ci sono i libri che fanno paura?”
“Tieni questa bella raccolta completa de I Miti di Chtulhu
“Per bambini?”
“Sì.”
“L’hai già letto Coraline?”
“No.”
“Vieni che te lo vado a prendere.”
Mi dirigo alla sezione bambini. Dietro di me trotterella la bimba e dietro di lei il padre, che forse vede la luce in fondo al tunnel.
Scorro il ripiano “G”, estraggo il libro e lo porgo alla bambina.
“Ecco qui. Prova.”
Lei comincia a sfogliare il volume e subito fa, rivolta a se stessa più che a me: “Ah, ma è uno di quelli…”
Di quali, non ci è dato sapere. La bambina prosegue la sua implacabile analisi, allontana e avvicina il libro come mio nonno quando legge il Di Più, lo guarda di sbieco, esamina attentamente le illustrazioni. Mi viene in mente che forse non sa ancora leggere.
Nel frattempo, dall’altro lato mi si è avvicinata la madre con l’altro figlio, un maschio, a occhio e croce intorno ai sette o otto anni.
“Vuole un libro che faccia paura, non so, a questo punto le daremo i libri di Stephen King che abbiamo a casa…”
Non avete mica un posto letto in più, a casa vostra Credo che questo possa andar bene, Gaiman scrive spesso horror – questo comunque è per bambini, perciò… ”
“Beh, se non le piace posso sempre leggerlo io” la signora ride.
Io medito di autoinvitarmi per il tè.
Finalmente la bambina chiude il libro, se lo stringe al petto con un grande sorriso e annuisce. E’ lui, è Il Prescelto, ed è mia la mano che l’ha estratto dallo Scaffale del Caos per deporlo in quelle dell’Ineffabile Giudice Cosmico. In questo istante, tutti questi anni a prendere in prestito libri dalla sezione ragazzi – facendomi prendere per minorata mentale recidiva dai bibliotecari – assumono un senso quasi epico. Se ascoltate bene si sente la colonna sonora di Howard Shore in sottofondo.
I signori mi ringraziano e si allontanano, con i figli alle calcagna.
Dieci minuti dopo, scendo le scale con l’ennesimo Young Adult della vergogna sottobraccio. Al bancone c’è ancora la famiglia che sbriga le procedure di prestito. Io compilo in fretta il mio foglietto e mi dirigo all’uscita; la porta è socchiusa e sul maniglione antipanico, appesa a dondolarsi a mo’ di scimmia, c’è la bambina che mi ha fatto quasi dimenticare l’esistenza di infanti come questo, genìa uscita direttamente dalle fiamme demoniache.
Ci fissiamo, ci sorridiamo; le dico “Ciao” e lei mi risponde “Ciao”, lasciandomi passare.
Cara bimba, sabato prossimo ripassa in biblioteca. Ti tiro giù dallo scaffale alto una raccolta di Poe e la leggiamo insieme.

Cuori di panna

Ci ho provato in tutti i modi: inaugurando nuove serie di post, buttandomi sull’argomento che al momento occupa i miei interessi, preparando in anticipo articoli di rapida composizione, forzandomi a scrivere anche quando preferirei amputarmi un arto a morsi, prendendomi una pausa e confidando nella Provvidenza, ma niente, niente riesce a farmi tornare a scrivere qui dentro più rapidamente di un’incazzatura.
Si parla di tecnici informatici, come se ci fosse qualche dubbio in merito.

Un giovane e baldo TI chiede a gran voce feedback sulla demo del proprio nuovo software. Dobbiamo sapere che questo software “spacca culi”, o qualcosa del genere (sarà), e ci sarà difficile evitare di strapparci le chiome in attesa della release ufficiale. Egli, ad ogni modo, ci diffida dall’inviargli solo lodi sperticate: oh no, già lo sa che si tratta di un software che lascia a bocca aperta (sic), a lui servono le mazzate, le critiche senza paura né pietà.
Beh, sì, a patto che siano costruttive ovviamente. Dove l’ho già sentita questa?
Qualcuno che mal sopporta simili rigurgiti di sicumera – soprattutto se il software in questione non li giustifica – lo prende alla lettera e si premura di spiegargli per via privata tutta la comicità che l’espressione “questo mio software spacca culi” racchiude in sé. Dopodiché, si prepara a

a) Pianti da asilo. Il TI pensava esattamente tutte le sboronate che ha detto sul conto del proprio prodotto, tranne il piccolo dettaglio della richiesta di critiche: domanda trabocchetto, non c’è niente da criticare nella sua opera! Perciò se ci hai trovato qualcosa di sbagliato è tutto nella tua testa, le tue motivazioni sono puri pretesti e sei un frustratoinvidioso.

b) Ringraziamenti ed eventuale discussione delle correzioni. Il TI faceva il grosso un po’ per ironia e un po’ per provocare, voleva vedere se qualcuno sarebbe stato pungolato abbastanza da desiderare di smentirlo e inviargli la sua opinione spassionata; messo davanti ai propri errori ne discute e/o ne prende atto ripromettendosi di migliorare.

In un primo momento, sembra proprio che ci troviamo di fronte a un raro tipo b). Dopo una breve discussione in privato con il critico, infatti, il TI si dichiara d’accordo con gran parte delle osservazioni e torna al lavoro con una serie di suggerimenti e approfondimenti in saccoccia, sia riguardo alla demo sia più in generale per il software completo.
Trascorre quasi un anno.
Poi, improvvisamente, la mutazione: Il TI si trasforma di punto in bianco in un tipo a) da manuale e riesuma con grande foga la questione. Via con i pianti da asilo! Che possiamo raggruppare essenzialmente in quattro categorie:

1) “Se non programmi tu stesso non hai il diritto di criticare i programmi degli altri!”

Ma tu mica sei un programmatore, credi di poter dare consigli e non hai mai programmato tu stesso!

Ehm, e in base a quale assunto chi commenta i programmi altrui non può in nessun caso essere a sua volta un programmatore, aver programmato in passato o stare lavorando in privato a un suo programma, solo perché non lo viene a dire al TI di turno?

Se tu dovessi programmare non sapresti neanche da che parte cominciare!

Seriamente: mi conosci, hai usato i miei software o parli tanto per dire?

Se io criticassi un tuo software scommetto che andresti a piangere nell’angolino!

Peccato, l’angolino è già occupato da te…

2) “Commentate pls! Il commento deve pompare il mio ego essere diviso nelle sezioni “trama”, “personaggi” e “stile” (in quest’ordine), attenersi rigidamente alla scala di giudizi Disney Doppio Standard, essere compreso tra le quindici e le venti righe di un foglio protocollo senza margini e contenere le parole “emozionato”, “d’impatto”, “secondo il mio modesto parere”, “innevato” e “sottaceti”.”

Era solo una demo, mica un software completo!

Quindi non va giudicato con i parametri della programmazione ma… ehm… quelli del golf! Sì, del golf!

Se stai commentando una demo dovresti fare dei commenti più generici e meno dettagliati.

Solitamente, si fornisce una demo appunto perché su poche funzionalità è possibile fare una disamina più accurata che su duecentomila. Se il senso è quello di ricevere una opinione sulla bozza per correggere il tiro nel prodotto completo, più osservazioni minuziose si ricevono e meglio è: è sempre preferibile ignorare poche osservazioni irrilevanti che lasciar ingigantire un errore che sulle prime non si era notato. Correggere X 3 volte nella demo è semplice, correggerlo 600 volte nel software completo – e già in possesso degli acquirenti – è ben altra cosa…
Questo senza considerare che il commento è stato richiesto espressamente, se si desidera regolare anche la qualità dello stesso l’unica soluzione è scriverselo da soli.

E comunque il tuo tono non mi è piaciuto per niente: hai sbagliato tu a non presentare le tue osservazioni in modo più gentile.

Per l’appunto… se qualcuno ti fa il favore di rispondere alla tua richiesta, mi sembra il minimo che possa almeno segnalare esattamente quell’accidenti che gli sembra opportuno nel modo che ritiene più consono – specialmente se è il modo “senza pietà” (cit) che è stato richiesto!
Ma sappiamo che la dura verità è un’altra, e questo è l’ennesimo episodio della solita menata: sono un povero esordiente e tengofamigghia, non puoi dissezionare la mia opera perché poi piango! Ovvero, il tuo commento non mi serve a vedere gli errori, considerare alcuni passaggi sotto un altro punto di vista e raccogliere spunti per migliorare, cosa mai ti salta in testa? Mi serve per prenderlo sul personale e sentirmi uno scrittore talentosissimo quando la gente mi dice “bravo”, perciò vedi, è ovvio che se tu mi segnali troppi errori io lo leggo come un giudizio negativo non già di questa precisa opera, che potrebbe comunque servirmi da trampolino per lavori futuri molto migliori che la eclisserebbero, ma dell’intera mia anima creativa vomitata in questi codici HTML! Se trovi cento errori in queste due facciate, li hai trovati tutti nel mio cuoricino di panna! Se tu fossi una brava persona sapresti che, qualsiasi cosa possa dire il programmatore stesso, il vero scopo del tuo commento è incoraggiare l’esordiente di belle speranze, mica valutare l’effettiva qualità della demo con un’opinione sincera!

3) “Tutti fanno degli errori, non è che perché ho chiesto di segnalarmeli tutti adesso devi segnalarmeli tutti!”

Non è mica facile creare un software dall’inizio alla fine.

Appunto: pensa quanto è difficile crearne uno di buona qualità…

Non esiste il software perfetto, è ovvio che ci fosse qualche errore! E comunque andava rivisto!

Ehm, seriamente? Grazie al cavolo che c’erano degli errori, sono proprio quelli che il TI ha chiesto espressamente di segnalare! Salvo poi inviperirsi con chi lo fa e gli invia, a titolo di favore personale, la revisione che lui stesso sapeva di dover fare (senza per questo premurarsi di comunicarlo in anticipo agli utenti: per quel che ne sapevano loro, la demo si trovava nella sua forma definitiva).

Era un effetto voluto, era tutto calcolato.

La si potrebbe quasi considerare un’aggravante…

Mi dai dello stupido incapace perché ho fatto degli errori, ma non è giusto!

Lapsus: il revisore si è limitato a far notare i (numerosi) errori, la parte dello stupido incapace è un’aggiunta del TI. Coda di paglia?

4) “Sei una persona orribile, sai solo rovinare la vita alle altre persone, tra te e Hitler scelgo Hitler, muori muori MUORI!”

Vuoi solo rovinare la vita degli altri. Spero che tu muoia.

Grazie e altrettanto❤

Le tue osservazioni mi hanno messo in crisi perciò è colpa tua se non ho concluso la creazione del mio software.

Mio Dyo, l’umanità è rovinata!

Fin qui è la solita vecchia sbobba venduta come l’Ira del Giusto, con il bonus della cordiale discussione privata antecedente alla trasformazione che da quel tocco di ilarità in più. Quello che mi manda in bestia però è il fatto che quel cuor di leone del TI, uno che “non ha paura di dire in faccia quello che pensa” (cito) e che fa della cruda realtà una morale non solo nell’arte ma anche nella vita, uno che ride in faccia al pericolo e se gli fai uno sgarro sei finito, non se l’è sentita di inviare quanto di cui sopra alla casella di posta del tale che gli aveva mosso le sue critiche: ha preferito un più sicuro articolo pubblico nel quale non fa nomi (ma citazioni sì), condito con frecciatine qb e perle di esperienza rivolte ai colleghi/amici – una cosa sulla quale il diretto interessato avrebbe potuto inciampare solo per sbaglio e nella quale magari non si sarebbe nemmeno riconosciuto a distanza di un anno, ma una facile leva di consensi presso gli amici che seguono i suoi interventi. Un vero duro, questo TI! Quasi quanto quella lagomorfa opportunista e tremebonda che è la sottoscritta, colei che per eccellenza ricorre a siffatti stratagemmi.
Ragion per cui, un altro articolo anonimo mi è sembrata la risposta più adeguata. Caro TI, se mai leggerai questo post e se ti riconosci in quanto descritto qui sopra, sappi che i tuoi interventi non mancano mai di deliziare qualcuno: continua così❤

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